La peste del traduttore

Un morbo terribile e temibile come la peste sta affliggendo ormai inesorabilmente una categoria professionale da sempre dimenticata e relegata nel più remoto angolo della trafila editoriale, e non solo: i traduttori. Nessuna tumefazione o segno visibile sulla superficie, ed è forse questo il dettaglio che più preoccupa. I traduttori sono stati attaccati dal feroce e letale virus di Google Translate, tanto fulminante quanto apparentemente invisibile.

Affronta l’argomento Stefano Bartezzaghi, linguista “figlio d’arte” che, su Repubblica del 16 gennaio, torna come d’abitudine sul tema del maltrattamento del linguaggio, delle inesattezze accumulate che creano nuove, erratissime, regole fasulle, della scarsa attenzione del lettore e del parlante contemporaneo. Problemi recentemente riassunti e spiegati in “Come dire. Galateo della comunicazione” (Mondadori, 2011), volume in cui il “re del gioco di parole” sviscera gli acciacchi e le insidie di quella che è la vera dominatrice del mondo moderno, troppo spesso invisibile a molti: la comunicazione. La ghiotta occasione per tornare a parlare di lingua, sistemi di comunicazione e umanità è fornita dall’articolo di Angelo Arquaro attiguo a quello di Bartezzaghi (anch’esso sull’inserto di Repubblica R2, dello stesso giorno), che presenta e racconta la storia di Mister Translate.

Brevemente: il genio informatico Ashish Venugopal, indiano, 33 anni, uno dei principali implementatori del sistema Google Translate, ha annunciato l’ultima frontiera dei suoi progetti, l’applicazione che darà voce alle traduzioni usatissime ogni giorno in tutto il mondo per capire e farsi capire chi non parla la propria lingua. Di per sé questo passo implica poche riflessioni: è sufficiente un’applicazione vocale come quelle utilizzate in alcuni software di conversione testo/voce per passare dal testo scritto di una traduzione di google, al testo parlato. Non voce, sottolineiamolo bene: testo parlato. Il passo, dicevamo, è in questo senso solamente “tecnico”: una voce tradurrà ciò che Google ha già tradotto. Lo snodo su cui si sofferma Bartezzaghi, invitando tutti noi a una riflessione scevra di tecnologismi e velocità tipicamente imposte dai tempi che corrono, sta a monte, e tocca il meccanismo stesso di traduzione.

È risaputo e logico, o per lo meno dovrebbe esserlo, che le lingue sono sistemi complessi di comunicazione che recano nel proprio bagaglio morfologico, sintattico e lessicale una serie di regole. Si potrebbe risalire alla sociologia, all’antropologia, alla semiotica, ma restiamo sul generico: la lingua è un sistema che, tramite regole che la distinguono come unica, prende in consegna il complesso e affascinante gioco della significazione. La lingua ci permette di capirci, di comunicare, di creare, e perfino di giocare. Com’è dunque possibile che un software, Google e i suoi potenti calcolatori in questo caso, faccia le veci di un essere umano, che nel proprio linguaggio riversa cultura, elemento tipicamente estraneo a un ammasso di microchip?

Venugopal spiega così l’artificio: “quando sono arrivato a Google abbiamo rivoluzionato il modo in cui venivano fatte le traduzioni. Fino ad allora anche nei siti Internet l’approccio era quello classico. Noi abbiamo scelto quello statistico. Se io chiedo: come si traduce questo in italiano?, la risposta classica sarà: applica questa regola. L’approccio statistico invece dice: non preoccuparti di fornirmi le regole, ma aiutami a produrre qualcosa che possa funzionare sempre, magari con errori, ma possa funzionare sempre”. Ovvero: Google sfrutta la sua potenza di calcolo per confrontare tutte le traduzioni esistenti di uno stesso testo. Rintraccia le parole che tornano, stabilisce connessioni. Il gioco sta tutto qui: la rapidità e la mole di dati costituiscono il trucco.

Ma ci sono anche intoppi, a cui il team della Silicon Valley sta lavorando. Alcune lingue, come l’italiano, hanno più “inflessioni”, definizione usata da Venugopal per spiegare che l’accordo tra soggetto e verbo modifica la desinenza; altre lingue ritengono pertinente l’ordine delle parole nella frase. Più sono i dati analizzati da Google, più la traduzione sarà possibile, verosimile, “raffinata”. Problema immenso allora per quelle lingue presenti in misura minore sul web, che magari hanno anche molte inflessioni e regole di sintassi. Mister Translate è quindi destinato ad appestare la categoria dei traduttori “umani”? Pare proprio di no. Per quanto Google faciliti l’immediatezza di comunicazione che risponde ai ritmi accelerati della quotidianità, il passaggio da una lingua all’altra avviene, sì, ma è un ponte di corda pronto a cedere sotto il peso delle parole e delle regole del sistema linguistico.

Trattasi di quelli che Bartezzaghi definisce “gli inganni nascosti della Babele virtuale”: errori in cui, per cause meccaniche e statistiche, cadono i traduttori virtuali. Errori in cui, secondo il linguista, saremmo indotti a cadere anche noi, sfruttatori della traduzione immediata sul web che, per la solita abitudine diffusa del non soffermarsi a riflettere, lasceremmo la porta aperta alla peste del linguaggio già individuata da Italo Calvino nella lezione sull’Esattezza (Italo Calvino, “Lezioni Americane”). Le incertezze della traduzione automatica “fanno da stampella alle nostre manchevolezze e alla nostra fretta; con la loro beffarda indifferenza alla logica del discorso ci ricordano di tenere nel giusto conto le spesso insospettabili differenze fra le lingue e di onorare la professione (così bistrattata) di traduttori e traduttrici appartenenti al genere umano”.

La questione si fa estesa: Google, le lingue, il linguaggio, la comunicazione. La Babele citata da Bartezzaghi prende tridimensionalità: ma allora viviamo davvero in un mondo intraducibile, e quindi incomunicabile? Si scende nel filosofico: “Babele ci divide – continua a spiegare Bartezzaghi – ma col dividerci ci unisce nella comune umanità. Se tutti gli uomini parlassero una lingua sola non sarebbero uomini. Sarebbero angeli: o computer”. Elogio dell’imperfezione umana? No: realismo piuttosto, che si afferma contro chi, oggigiorno, accende il computer, apre un browser, clicca Google e inserisce una frase da tradurre, credendo fiducioso che la risposta della macchina corrisponda a verità. La verità in traduzione non esiste mai, è come la perfezione: è la meta costante, collocata sempre oltre la barriera visibile dell’orizzonte. Lo sa bene chi traduce per professione: i problemi sono molti, dal fraseggio, alla struttura linguistica, a concetti sviluppati dalla cultura della lingua di origine, che nella lingua di arrivo non sono presenti, al dilemma del piano espressivo (onomatopee, rime, sonorità, giochi di parole…). Google fa statistica, e a queste difficoltà non pensa né tantomeno cerca di risolverle nel più efficace dei modi, attivando ciò che è tipicamente umano: la creatività.

Preso atto di questo passaggio imprescindibile, e meditato anche sulla necessità di portare un po’ di cultura del tradurre nelle scuole (laddove la costante attività di versioni dal latino e/o dal greco non basti ad allenare ed educare sul passaggio tra universi linguistici lontani), in anni in cui la piattaforma web fornisce qualsiasi testo in più versioni linguistiche illudendo di poter saltellare dall’una all’altra “forma” senza particolari ostacoli, Bartezzaghi fa un passo avanti:

Il vero e unico errore incomincia quando si pensa che per tradurre un testo basta passarlo da un traduttore automatico. […] Ma pensate davvero che un computer possa tradurre una frase senza averla capita? O in alternativa che possa capirla? Il problema non è l’errore: come sempre il problema è la correzione, o meglio la mancata correzione”. Da Google Translate, alla nostra lingua corrente. Perché il vero nodo della questione non è uno strumento meccanico che, come tale, non può essere perfetto, ma è il suo corretto utilizzo da parte di cervelli pensanti, affinché non prenda piede l’illusione che ciò che ci resta di più umano – la comunicazione primaria espressa con il linguaggio – sia ripetibile da un computer.

E per coltivare la lingua, non lasciarla in balia dei chip e dei pixels, Bartezzaghi chiude con la proposta di conciliare esigenze di rapidità momentanee e corretto approccio alla traduzione in un progetto di educazione che porterebbe a maggiore coscienza sui limiti del traduttore automatico, e sulle potenzialità del bagaglio linguistico. Ecco cosa scrive: “A scuola […] si potrebbe insegnare a correggere (prima ancora, a subodorare) gli errori che il computer ci induce a compiere, o a omettere di correggere. […] Si potrebbe allora dare come esercizio la correzione di una traduzione compiuta da Google Translate. Cosa che magari darebbe anche adito a utili riflessoni linguistiche e filosofiche sul fatto che una frase non è un accatastamento di parole, ma è innanzitutto una forma sintattica che dà senso a ogni singola parola grazie ai propri nessi. Quelli li percepiamo solo noi: per ora e, certo, quando ci sono”.

 

Bibliografia per chi volesse approfondire:

Calvino Italo, Lezioni americane, Mondadori, Milano, 2002;

Eco Umberto, Dire quasi la stessa cosa, Bompiani, Milano, 2007;

Munday Jeremy (a cura di), The Routledge Companion to Transation Studies, Routledge, London and New York, 2009;

Volli Ugo, Lezioni di filosofia della comunicazione, Laterza, Roma-Bari, 2008;

Zacchi Romana, Morini Massimiliano (a cura di), A.A.V.V., Manuale di traduzioni dall’inglese, Bruno Mondadori, Milano, 2002.

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A tutti i pragmatici, un po’ di utopia. E viceversa

31 dicembre 2011. Un anno fa questo blog si proponeva di popolare la grande foresta del web con contenuti aggiornati, ben scritti e graffianti sulla comunicazione. Ci siamo, effettivamente, un po’ perse. Tuttavia, come da copione, tra i propositi per il nuovo anno alle porte c’è ancora una volta quello di portare avanti seriamente e con rigore questo impegno telematico.

E allora auguri a tutti, e a noi tre per prime se mi permettete la poca modestia. Noi tre che in questo momento siamo più lontane di un anno fa, ognuna su una strada differente, per quanto insicura e magari sbagliata. Ma sono tempi che vanno così,  e altrimenti non potremmo fare. Voglio dedicarci, e dedicare a quanti si trovino nella nostra condizione di “twentysomething” senza chiari piani per il futuro, ma con tanta voglia di fare, una poesia di Rudyard Kipling spesso citata da Indro Montanelli: “If”, “Se”. L’uno ottimistico utopista ottocentesco, le cui parole, oggi come non mai, sono ancora fortemente valide. L’altro, pragmatica voce indipendente che ha attraversato a testa alta, con curiosità incessante ed estremo rigore sul lavoro, tutto il Novecento. A noi e a tutti i giovani laureati precari, queste parole di forza e coraggio, per un 2012 pieno di successi, e di rivincite.

“Se riuscirai a tener salda la testa quando tutti la perdono e te ne fanno una colpa;

Se riuscirai a credere in te quando tutti ne dubitano, ma anche a tener conto del loro dubbio;

Se saprai aspettare e non stancarti di aspettare e calunniato non rispondere con la calunnia senza cercare di sembrare troppo buono né di parlare troppo saggio;

Se riuscirai a sognare senza fare del sogno il tuo padrone e a pensare senza fare del pensiero il tuo scopo;

Se riuscirai ad affrontare Trionfo e Rovina e a trattare allo stesso modo questi due impostori;

Se riuscirai a sopportare che le tue verità siano distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi e vedendo infrante le cose cui dedicasti la vita metterti a ricostruirle coi tuoi logori arnesi;

Se riuscirai a fare un mucchio di tutte le tue vincite e a rischiarle in un solo colpo a testa e croce e perdere e ricominciare daccapo senza fare parola della tua perdita;

Se riuscirai a serrare cuore, tendini e nervi quando sono sfiniti e a tener duro quando in te altro non resta che la forza di dire “Tieni duro!”;

Se riuscirai a dire il vero anche quando parli alla folla e a camminare coi Re rimanendo te stesso;

Se il nemico non potrà ferirti ma nemmeno l’amico più caro; Se tutti per te conteranno ma nessuno troppo;

Se riuscirai a riempire il minuto che passa dando il suo valore ad ogni secondo;

Tuo sarà il mondo e tutto ciò che contiene e – quel che più conta – tu sarai un uomo, figlio mio!”

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D come Design, D come Donna


Berlino. Si è conclusa da poco più di un mese la nona edizione del DMY International Design Festival, che dal 1 al 5 giugno ha fatto dell’aeroporto Tempelhof il regno della creatività. La sorellina minore della prestigiosa Settimana del Design di Milano ha riunito in un’unica location decine e decine di idee geniali e oggetti accattivanti. A riprova del fatto che il design è questione di stile misto a confort e originalità, gli stand dell’evento hanno ospitato proposte che vanno a sdrammatizzare, se non a semplificare, il vivere quotidiano: dalla poltrona con coperta incorporata all’armadio ad incastro, dalle scarpe ripiegabili come calzini alla chaise longue con annessa libreria, il multiuso è un diktat da rispettare e reinterpretare. La libertà di espressione fluisce copiosa da ogni singola opera esposta, piccoli e grandi manufatti al confine tra arte contemporanea e prodotto di consumo. Come la lampada fatta di posate o la sedia composta da palline antistress multicolor. C’è spazio anche per intuizioni che strizzano l’occhio all’universo della moda, è il caso dei tronchetti che si chiudono ermeticamente per preservare il calore dei piedi anche a temperature sotto lo zero, o dell’abito da donna total white dal tocco avveniristico. Il futuro del design è il tema principale del festival, nella capitale europea più attenta alle esigenze dei giovani i protagonisti sono proprio gli under 30 che tra workshops, incontri e presentazioni di prototipi si sono avvicendati e intrecciati come creativi e come pubblico.

L’evento teutonico ha riacceso i riflettori su un universo che si compone di molteplici sfaccettature. Una declinazione “color pesca” del mondo del design ce la regala l’olandese Kiki Van Eijk, con il suo sguardo prettamente femminile.

Classe 1978, laureata a ventidue anni presso la Design Academy di Eindhoven, mostra con suoi lavori un perfetto connubio di passato presente e futuro, frutto di attente riflessioni sull’uso dei colori, dei motivi e delle consistenze. Protagonista di una video intervista su Yoox, rivela le fonti di ispirazione del suo gusto fiabesco nell’elaborazione dei materiali: “Per i miei progetti indipendenti traggo ispirazione dalle cose più disparate ma generalmente sono gli oggetti che usiamo tutti i giorni a catturare la mia attenzione, al primo sguardo non rivelano molto ma se osservati da più vicino si scopre qualcosa di speciale. Puo’ trattarsi di un pezzo d’antiquariato, un’antica forchetta magnificamente fabbricata o un semplice bottone. Per esempio ho trovato una scatola con bottoni di tutti i tipi, di diversi colori e materiali appartenuta a mia nonna e l’ho usata per fare una tovaglia. Non vengo letteralmente ispirata dalla natura ma trovo importante viverci […] non ottieni l’ispirazione da un fiore ma semplicemente perché ti trovi in un altro mondo. Quando ho bisogno di idee a volte mi allontano dal mio studio e passo la giornata in giardino e molto spesso le mie creazioni hanno una forma organica semplicemente perché si allineano meglio alle mie idee.”

Ecco una serie di lavori dell’artista diventata famosa grazie al “Kiki Carpet” :

Brick carpet

Murano glass object

Installazione: The Nursery

Per ascoltare e vedere l’intervista rilasciata a Yoox:

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Forse un giorno si dirà: italiano, “per fortuna, lo sono”

 

Un compleanno importante quello che si festeggerà il 17 marzo 2011: l’Italia, infatti, compirà 150 anni. Dopo infinite e sterili polemiche, anche sull’onda dell’entusiasmo di Benigni sul palco dell’Ariston, è stato confermato che il 17 marzo sarà per quest’anno festa nazionale, la Festa del tricolore.

Di fronte, alle voci sulla non necessità di festeggiare, sulle scelte di non prendere parte alle celebrazioni pubblicizzate da alcuni noti e meno noti esponenti politici a livello nazionale o locale, sarebbe forse auspicabile fermarsi a riflettere sul significato di una tale ricorrenza alla luce dei nostri trascorsi nazionali e pre-unitari.

L’unificazione dello stato italiano è un processo relativamente recente all’interno del contesto europeo. I motivi del ritardo italiano sono certo molteplici e legati a diversi fenomeni; particolarmente rilevante, è il peso che nella penisola hanno avuto a partire dal Medioevo (1400) le città, soprattutto “[la] città commerciale a dominanza marittima, che prospera grazie ai flussi e agli scambi” (Le Galès, p.26), la città dei mercanti. Gli Stati moderni si sono sviluppati prima nei paesi in cui le città erano meno forti, mentre, come ricorda Le Galès, “le città commerciali mediterranee, tedesche, svizzere, delle Fiandre e dei Paesi Bassi hanno resistito piuttosto a lungo alla conquista degli Stati più vasti” (Le Galès, p.25). La tendenza al campanilismo è, dunque, ben radicata nel patrimonio “genetico” italiano e ha reso, per secoli, la nostra nazione terra di conquista e d’influenza delle potenze straniere, come l’impero asburgico.

Non sono, però, mancati gli sforzi intellettuali e politico-militari a favore dell’unificazione nazionale. Ancora prima che l’unificazione politica fosse compiuta è uno scrittore italiano di indubbia fama e ingiustamente inviso a molti liceali, Alessandro Manzoni, con il suo romanzo “I promessi sposi” a tentare una sorta di unificazione linguistica a livello letterario: lui, milanese e nipote di Cesare Beccaria (l’autore del trattato “Dei delitti e delle pene”), si reca a Firenze per “risciacquar i panni in Arno”. L’unificazione linguistica popolare avverrà solo più tardi e sarà facilitata dalle guerre di trincea che vedranno gli uni vicino agli altri soldati provenienti da diverse regioni italiani, il calabrese e il lombardo, il piemontese e il pugliese, il campano e il ligure, il siciliano e il toscano, e così via. Alla luce delle fatiche affrontate da molti e della vita sacrificata da tanti nostri antenati durante le tante guerre d’indipendenza nel tentativo di fare l’Italia, ci si può chiedere come sia possibile non celebrare un tale compleanno con riconoscenza e con rispetto. Paradossalmente così come il processo di unificazione ha visto il nord Italia in prima linea in tutti i sensi, anche il coro di coloro che non intendono celebrare la ricorrenza è in gran parte “nordico”, come se alcuni avessero dimenticato o ignorassero i tempi in cui le note e i versi del “Va pensiero” venivano intonati dai loro tris-nonni.

In tempi non sospetti, Massimo d’Azeglio disse “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”; il tempo è trascorso, ma evidentemente la strada è ancora lunga e irta di ostacoli. Il federalismo non sembra certo essere la via maestra verso questo obiettivo, anche se viene spesso sbandierata come la panacea per tutti i mali nazionali. In realtà, nel corso degli ultimi anni, le parole, su questo tema, sono state spesso contraddette dai fatti: il vero federalismo, ossia quello di natura fiscale, è stato, in un certo senso, rinnegato dalla decisione di abolire l’Ici sulla prima casa senza distinzione di reddito alcuna. Scelta che ha esautorato l’autonomia fiscale degli enti locali e, con essa, la loro possibilità d’azione. Aspettiamo di vedere in pratica cosa produrrà il nuovo federalismo, quello “municipale”.

Più preoccupanti sono le dichiarazioni di chi vorrebbe, in Piemonte, privare gli studenti provenienti da fuori regione dell’accesso alle borse di studio. Da un punto di vista economico, si tratta di una visione miope: gli universitari fuori sede non solo contribuiscono a rendere la città culturalmente viva e “attrattiva”, ma portano nuove risorse, fruendo di case in affitto, cinema, teatri, bar, mercati rionali, negozi, mezzi pubblici etc. Ponendosi in un altra prospettiva, questa decisione, da una parte, danneggia i ragazzi che vivono in regioni con università meno quotate, limitando fortemente la loro libertà di scelta; dall’altra, implica la discriminazione fra individui della stessa nazionalità: mentre cadono le frontiere nazionali tra i paesi europei, vengono innalzate le frontiere tra regioni italiane.

Questo evento singolo evento è solo un esempio che richiama a una questione più ampia e molto seria: l’Italia non è un paese perfetto, molte cose non funzionano o funzionano male e dovrebbero essere migliorate, si altre ancora non possiamo andare fieri, ma ha perlomeno un patrimonio storico-artistico-intellettuale di cui si può essere ragionevolmente orgogliosi e da cui si potrebbe ripartire: allora, prendendo a prestito parole altrui, se recentemente, in risposta alle dinamiche della globalizzazione “[…] un po’ per non morire o forse un po’ per celia abbiam fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia”! (Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano).

Dopo 150 anni, sarebbe quasi ora!

(Bibliografia: Patrick Le Galès, Le città europee, Il Mulino, Bologna, 2006)

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Diversamente bello, diversamente donne.

Una serie di riflessioni si sono fatte strada nei miei pensieri in questi ultimi giorni, un po’ dovute all’atmosfera che si respira in questo delicato periodo di sommovimenti sociali, un po’ frutto di spunti creativi dovuti a letture presenti e passate. Motore del mio sconvolgimento interiore di cui voglio rendervi partecipi sono state principalmente le parole della scrittrice Mariapia Veladiano, intervistata in occasione dell’uscita della sua opera prima La vita accanto. Un libro sulla bruttezza, l’emarginazione, il rifiuto, dallo stile diretto e raffinato che ha vinto il Premio Calvino 2010.

Eccone uno stralcio:
Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. Nessuna razionalità intatta con cui analizzarla. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire.

Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il decollété bordato di velluto, le piacerebbe più di quello blu, elegante e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o andare allo stadio o fare il cammino di Santiago di Compostella o nuotare in piscina o al mare. Il possibile di una donna brutta è così ristretto da strizzare il desiderio. Perché non si tratta solo di tenere conto della stagione, del tempo, del denaro come per tutti, si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo.


Io sono brutta. Proprio brutta.


Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà. Ho tutti i pezzi al loro posto, però appena più in là, o più corti, o più lunghi, o più grandi di quello che ci si aspetta. Non ha senso l’elenco: non rende. Qualche volta, quando voglio farmi male, mi metto davanti allo specchio e passo in rassegna qualcuno di questi pezzi: i capelli neri ispidi come certe bambole di una volta, l’alluce camuso che con l’età si è piegato a virgola, la bocca sottile che pende a sinistra in un ghigno triste ogni volta che tento un sorriso. E poi sento gli odori. Tutti gli odori, come gli animali.

Duecento pagine sul “dolore di non essere accolti, di non avere un posto nella vita” così commenta l’autrice parlando del cuore del libro.

La vita accanto“Non c’è vita se qualcuno non ci prepara un posto e non ci chiama per nome. […]Ma quando l’infelicità si è così sedimentata in noi da abitare i desideri e i pensieri, la paura prevale su tutto. Sogno e illusioni in questo caso sono crudelissimi, perché quando finiscono si cade più in basso di prima.” E se le si chiede come è nato questo libro Mariapia risponde: “Credo che sia affiorato, nella mia più totale inconsapevolezza, qualcosa che è legato al mio vivere a scuola […]A scuola talvolta, e oggi più di un tempo, si incontrano delle figure di ‘vinti’. Le chiamo così perché sono intrise di un senso di sconfitta che si esprime nei gesti incerti, nelle parole che non trovano il suono, nelle spalle spillate dagli sguardi del mondo. Spesso sono ragazze che si percepiscono brutte a prescindere dal loro reale aspetto. Poi si scopre che dietro c’è altro, dolori grandi che non sanno raccontare e liberare. È così anche per Rebecca” la protagonista del libro “Lei è brutta davvero, questo eccesso di bruttezza può essere l’aspetto letterario della cosa, ma dietro c’è altro. Lei porta in sé il dolore della madre. La cultura della bellezza abbagliante e ostentata non aiuta a vedere la verità delle persone. La bellezza oggi è una maschera tremenda. È cercata ossessivamente, ostentata, celebrata, divinizzata. Un idolo di carta, usa e getta, perché il canone, in termini di età, misure, levigatezza dell’immagine, è tale che dura pochissimo e, se dietro c’è il nulla, finita quella bellezza non resta niente”.
Questi concetti mi sembrano più che mai attuali all’indomani della mobilitazione delle donne scese in piazza per esprimere il loro sdegno verso un certo tipo di “personaggio femminile” che fa della sua bellezza l’unico vanto, se non lo strumento per ottenere successo facile. La superficie sembra essere diventata l’oggetto principe di tavole rotonde dai toni esacerbanti, onnipresenti su ciascun prodotto mediale, dalla televisione al quotidiano. E se addirittura le pagine dei cosiddetti quotidiani seri, che dovrebbero essere il baluardo della nostra cultura, si tingono di rosa diventando i peggiori diffusori di gossip a buon mercato dove possiamo ambire di trovare la pura informazione senza contaminazioni?


Se non ora quando? È un motto per dire che è giunto il momento di reagire al culto della bellezza abbagliante e andare più a fondo per scoprire la verità delle persone, soprattutto di noi donne. È una causa senza colore né bandiera, che non deve essere strumentalizzata ma solo percepita per ciò che rappresenta: un grido di denuncia. Non possiamo permetterci di regredire, di essere etichettate ed etichettare. Perché rischieremmo di cadere nella bruttura indecente di ciò che più di tutto aborriamo, lo stereotipo. Invece dovremmo scoprire le mille sfaccettature dell’io, aprirci al diverso, al brutto. Per fare questo ci vengono in aiuto grandi maestri della letteratura italiana e straniera che ci presentano punti di vista interessanti.

Il fascino della bruttezza è stato indagato da più di un autore in letteratura, da Umberto Eco che ha fatto di Storia della bruttezza il contraltare del suo precedente libro Storia della bellezza fornendo con humour sagace esempi del brutto attraverso i secoli e arricchito il volume di meravigliose illustrazioni tali da far esclamare “Com’è bella la bruttezza!”. L’orrido spesso attrae, come il Frankenstein di Mary Shelley o la Fosca di Iginio Ugo Tarchetti. È poi inevitabile che una persona considerata brutta affini altre doti che le permettono di conquistare la sua parte di mondo, pensiamo al Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. E torniamo così a Rebecca eroina che trova il suo riscatto nella musica, che le regala una voce, le permette di essere ascoltata, le dona un’esistenza oltre il visibile. La musica tocca le corde profonde dell’anima che prescindono da ogni apparenza, stimola un senso, l’udito, meno velleitario e fuggevole della vista. Nella musica Rebecca trova il coraggio di vivere una vita da “diversamente bella”, ricucendo nota dopo nota la voragine di silenzio che è stata la sua infanzia.

Letture consigliate:

Umberto Eco, Storia della bruttezza, Bompiani, Milano, 2007 pp.456

Mary Shelley, Frankenstein, Penguin Classics, London, 1985 pp.289

Igino Ugo Tarchetti, Fosca, Mondadori Oscar Classici, Milano, 2002 pp.192

Edmond Rostand, Cyrano de Bergerac, Feltrinelli, Milano, 2009 pp.285

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Il Bel Paese: cruciale comunicare l’arte

 

L’Italia, ovvero il Bel Paese, una nazione ricca di tradizioni culturali e artistiche. Terra di Michelangelo, di Giotto, di Brunelleschi. Uno Stato che è un museo a cielo aperto, sul cui territorio si sono alternate popolazioni con culture e tradizioni differenti, uomini che hanno profondamente modificato e arricchito il paesaggio, lasciando una testimonianza della loro esistenza. Una nazione da scoprire, in cui anche il più piccolo paese può celare un tesoro di ineguagliabile valore.

Pompei, scorcio di un interno

Pompei, scorcio di un interno

Il governo italiano ha tagliato i finanziamenti alla cultura per il 2011 e molti articoli di giornale si sono soffermati sulle problematiche di sopravvivenza di alcuni complessi museali, sui crolli verificatesi a Pompei e sulle precarie condizioni di siti archeologici che necessitano al più presto di opere di restauro/recupero. Non si vuole certo giudicare qui l’operato dell’attuale Ministro dell’Economia che, come tutti i suoi predecessori, ha il difficile compito di smistare la risorse dello Stato tra i differenti ministeri, cercando, il più possibile, di mantenere un pareggio di bilancio tra entrate e uscite annuali. Un ruolo certo reso ancora più complicato dall’eccezionale portata del debito pubblico italiano, che, oggi, è pari al 116% del Pil(www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/_link_rapidi/debito_pubblico.html) . D’altra parte, non si può dimenticare che la peculiare situazione italiana si inserisce in un contesto europeo e mondiale di profonda crisi economica: cassa integrazione, licenziamenti, disoccupazione giovanile sono ormai diventate parole chiave non solo del dibattito pubblico, ma anche della vita quotidiana privata di tanti cittadini. Proprio in questa cornice così complessa bisogna contestualizzare i tagli alla cultura: al fine di elaborare un’opinione più completa, però, questi elementi non sono sufficienti; è, infatti, utile considerare altre tessere del mosaico complessivo, come il valore del nostro patrimonio storico-artistico.

L’arte e i siti archeologici hanno un valore intrinseco immenso: sono testimonianza di un passato più o meno lontano, opere del genio creativo di personalità eccezionali, ma non è tutto. Rispondono a bisogni umani psichici profondi, suscitano sentimenti di stupore, con la loro bellezza sanno distrarre la mente dalle preoccupazioni quotidiane, svolgono una funzione educativa e didattica e, se questo non fosse ancora sufficiente, hanno un valore economico. Ebbene sì, il patrimonio storico artistico ha un valore monetario, diretto e indiretto. Gli introiti diretti fanno certamente riferimento ai biglietti dei visitatori paganti che, però, è bene dirlo, non sempre sono sufficienti a coprire tutte le spese di gestione dei complessi museali e/o archeologici; il finanziamento esterno, pubblico o privato, si rende, quindi, necessario. Il fatto che il patrimonio culturale non sia sempre ‘autosufficiente’ non deve far pensare che le sovvenzioni statali siano una gentile concessione a fondo perso. I visitatori dei musei, dei complessi archeologici, delle città d’arte non spendono esclusivamente i soldi del biglietto d’ingresso, ma alimentano a ben vedere il circuito del turismo di alcune aree più o meno vaste, garantendo la sopravvivenza di alberghi e altri esercizi commerciali. I centri più artisticamente e culturalmente ricchi sono anche quelli che hanno maggiori chance di attrarre più studenti e più imprese in un quello che può essere visto come un circolo virtuoso. Gli studenti universitari, infatti, scelgono la sede universitaria, in base alla qualità dell’ateneo, ma anche facendo riferimento alla vivibilità e alle risorse offerte dal territorio. Le imprese considerano positivamente la presenza di lavoratori altamente qualificati e i loro manager hanno l’ambizione di vivere in una città all’altezza delle loro aspettative e standard di vita. Appare, quindi, importante continuare a investire, a livello pubblico, nella cultura sia per il suo inestimabile valore intrinseco sia per il suo ritorno economico.

Firenze, Palazzo Vecchio sullo sfondo delle due ali della Galleria degli Uffizi

Firenze, torre di Palazzo Vecchio incorniciata dalle due ali della Galleria degli Uffizi

Non dimentichiamo, inoltre, che il bilancio di alcuni siti è ampiamente in attivo, basti pensare al Colosseo che è recentemente salito agli onori delle cronache in virtù della sponsorizzazione di Della Valle per operarne un complessivo restauro. Questo recente avvenimento consente di tirare alcune somme: in un contesto in cui lo Stato e gli enti pubblici sovvenzionano sempre meno la cultura e l’arte, il ruolo svolto dalle sovvenzioni e dalle sponsorizzazioni private acquisisce un maggior peso e, con esso, diventano sempre più cruciali la comunicazione e l’informazione sull’attuale condizione in cui versano i beni storico-artistici. ‘Far conoscere’ è il presupposto essenziale per suscitare l’interessamento di qualche privato, che, finanziando gli interventi di restauro, può così aspirare ad ottenere in cambio un buon ritorno d’immagine, grazie al risalto mediale del suo finanziamento.

Probabilmente, alcuni storceranno il naso, ma, si sa, oggi come oggi, nessuno si impegna senza avere un ritorno: cerchiamo almeno di sfruttare questa logica per tutelare il magnifico patrimonio che i secoli trascorsi ci hanno lasciato in gestione.

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Quando il jazz si scopre donna

Jazz is a woman, il jazz raccontato da trentanove voci femminili della scena musicale contemporanea. Questo il nuovo libro di Guido Michelone, professore di Storia della Musica Afroamericana presso il Master in Comunicazione musicale dell’Università Cattolica di Milano. Autore particolarmente prolifico, Michelone ha alle sue spalle una ricchissima produzione letteraria tra cui spiccano, solo per elencarne alcuni, Senti un pop (Marinotti, 2001), Breve storia della musica jazz (Zedde, 2009), I Simpson. Una famiglia dalla A alla Z (Bompiani, 2009), Musical, jazz e cinema. Breve introduzione alla storia dei rapporti musicali/cinema (EDUCatt, 2009), Speak jazzmen. 55 interviews with jazz musicians (EDUCatt, 2010).

Come gli ultimi due libri citati, anche Jazz is a woman è pubblicato da UNICatt, la casa editrice dell’Università cattolica di Milano, si tratta di una raccolta di interviste alle signore del jazz: dalla flautista americana Jamie Baum, alla pianista e compositrice giapponese Akiko Pavolka, per passare alle più note Puppini Sisters, Cheryl Bentyne (Manatthan Transfer) e alla bassista Esperanza Spalding, e ancora alle italiane Patrizia Scascitelli, pianista, Ada Rovatti, sassofonista, Cristina Zavalloni, cantante. Idealmente questo testo si affianca e va a completare l’altra raccolta di interviste di Michelone, Speak jazzmen, dove a essere interpellati sono invece protagonisti maschili del jazz.

 La novità del testo è evidente fin dal titolo: il jazz è una donna. Quest’affermazione sembra ribaltare il ruolo di primo piano che l’immaginario comune ha sempre attribuito agli uomini del jazz, figure ormai leggendarie come Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Miles Davis fino ad arrivare ai jazzisti contemporanei. Eppure, a pensarci bene, la donna è spesso la vera “frontmen” dei gruppi jazz: rivestendo nella maggior parte dei casi il ruolo di cantante, la donna si scopre essere colei che occupa la posizione di prima linea durante lo spettacolo. La barriera di genere è dunque sfondata?

In parte sì e in parte no, nel senso che, come dice lei, è vero che sin dagli inizi del jazz o addirittura prima, con le cantanti di blues e di gospel, la donna è protagonista e anche leader di un ensemble musicale e del progetto artistico. E già negli anni Venti appare qualche figura, come la pianista Lil Hardin – che sposerà Louis Armstrong e lo spronerà a rinnovare l’hot jazz – che si discosta dal cliché della cantante jazz un po’ femme fatale. Ma restano casi isolati, come, altro fulgido esempio, Mary Lou Williams, pianista, compositrice, band leader, che attraversa la storia del jazz dagli anni Trenta ai Settanta. Ma il ruolo della donna anche oggi continua a essere visto, più o meno simbolicamente, nell’immaginario popolare, come quello della bella ragazza che canta e seduce, nonostante aumenti il numero delle musiciste che suonano uno strumento o addirittura dirigono un orchestra (come Maria Schneider e Christine Jensen) e che affiancano gli uomini in tutto e per tutto.

Questo libro ha la particolarità di essere scritto interamente in lingua inglese. Si intravede forse il tentativo di superare, oltre alla barriera di genere, anche un ostacolo evidentemente linguistico e perfino etnico. Le donne intervistate infatti provengono dalle più diverse realtà musicali americane, europee, mondiali. A unirle sono da un lato la musica e dall’altro la lingua: è corretto parlare di jazz americano di lingua inglese, oppure ci sono altre realtà musicali non anglofone?

Il jazz è ormai un linguaggio universale esteso davvero in tutto il mondo. E in molte culture viene integrato perfettamente alle realtà locali, fino a produrne qualcosa di assolutamente nuovo e originario. Benché il jazz continui ad avere quale epicentro gli Stati Uniti (soprattutto le grandi città come New York, Chicago e Los Angeles), in altri Paesi da venti-trent’anni esiste un jazz autoctono che non ha nulla da invidiare a quello nordamericano: penso alla Francia anzitutto (storicamente la prima nazione jazzistica dopo gli USA), poi alla Scandinavia e al Nord Europa in genere, ma anche all’Italia, alla Spagna, i Balcani, al Giappone, al Brasile, all’Argentina, al Sudafrica. Per quanto riguarda invece il rapporto tra jazz e lingua inglese si può dire semplicemente che l’american english sia lo slang usato da tutti sia in termini specialistici sia quando si canta una canzone (anche se qualche cantante jazz americana spesso introduce nel proprio repertorio song in lingua francese, spagnola, portoghese, persino italiana).

Molto spesso viene chiesto alle intervistate chi siano i loro miti musicali, gli idoli o i maestri. Le risposte, seppure variabilmente, sembrano tutte vertere sull’età d’oro del jazz americano, e sui grandi nomi: Stan Getz, Miles Davis, Keith Jarrett, Pat Metheny. È questa la sola origine del jazz, oppure ciò che porta una donna a fare suo questo tipo di musica deriva piuttosto da esperienze e vicende personali?

Le mie interviste, salvo rare eccezioni, anche se l’età delle donne non si dovrebbe mai dire, sono tutte trentenni, quarantenni, massimo cinquantenni, dunque appartenenti a generazioni che hanno convissuto – come epoca e come immaginario – con il jazz della neomodernità dal cool al post-free e quindi i nomi che si fanno sono quelli. Poi, storicamente parlando, il canto jazz ha sempre guardato ai modelli stilistici degli strumentisti, nel senso che già Billie Holiday o Sarah Vaughan, sessant’anni fa, ammettevano che i loro ispiratori erano ad esempio il sax tenore di Lester Young invece di un’altra vocalist. Inoltre i musicisti che ha citato – Getz, Davis, Jarrett, Metheny – curiosamente hanno tutti un approccio delicato, raffinato, educato alla materia sonora e questo risponde al fatto che anche l’approccio delle donne al canto jazz per la maggior parte dei casi sia altrettanto dolce, tenue, romanticheggiante.

C’è un filo che lega tutte le interviste, ed è una domanda ricorrente “cos’è il jazz per te?”. Mi sembra di leggere qui una sorta di chiave di lettura per questo testo: la domanda infatti è tra le più semplici e al tempo stesso complesse, ogni intervistata risponde in modo profondamente differente e soggettivo, quasi come se l’essenza del jazz restasse un segreto sfuggente. Ma la donna, si sa, è essa stessa un essere sfuggente. È forse un paragone troppo azzardato?

Non saprei e sinceramente non amo molto le disquisizioni sull’identità femminile o su quella maschile. Credo che la differenza sessuale abbia conseguenze in molti aspetti della vita non solo quotidiana, anche in quella artistica, ma non è ancora scientificamente provata l’esistenza ad esempio di una scrittura femminile o di una musica femminile rispetto a quelle maschili. Se ipoteticamente si leggesse un romanzo cancellando in copertina l’autore o l’autrice, sarebbe difficile (io credo ‘impossibile’!) dire se sia scritto da un uomo o da una donna. E vale anche per la musica, per il jazz! Sfido chiunque ad ascoltare su disco ad esempio un brano della sassofonista tedesca Jutta Hipp o della trombonista afroamericana Melba Liston della fine degli anni Cinquanta e a dire se erano o meno donne: sono in tutto e per tutto musiche simili all’hard bop (movimento maschile) allora imperante! Ma vale anche per la musica di oggi: se facessi ascoltare l’ultimo CD della pianista romana Stefania Tallini…

Questa raccolta di interviste ha il pregio di tutte le raccolte corali di opinioni, quello cioè di mettere in luce come il jazz sia una specie di grande mare – così lo definiva Langston Hughes, poeta afroamericano, tra i primi a utilizzare il jazz in letteratura -, un universo unico e a suo modo oggettivo, tenuto insieme però da tante diverse componenti soggettive. Lo sguardo e la musica di ogni donna del jazz può essere considerato una piccola onda di questo grande e affascinante mare, cosa ne pensa?

Direi anche qualcosa in più,per usare la metafora hughesiana, alle donne appartiene una bella parte di questo mare. Nel canto jazz anzitutto il contributo delle donne non solo è superiore in quantità, ma offre dagli inizi del XX secolo a oggi continue innovazioni dovute proprio all’estro femminino, al fatto forse che la voce femminile (obiettivamente diversa da quella degli uomini) forse suona meglio accanto agli strumenti musicali che i maschi (ma non solo loro) suonano. Il problema, poi, è come sempre politico: ad esempio la comunità afroamericana statunitense, in particolare fra le classi meno abbienti, è maschilista e la questione si riflette nella società: ci sono forse donne nel rap e nell’hip-hoip? Sono una rarità. Dove invece il ruolo della dona non è più subalterno, come in Olanda, Svezia o Finlandia, lì il numero di jazziste, come quello di docenti universitarie, rock girl, amministratici delegate o vigilesse del fuoco è in deciso aumento…

Jazz is a woman – Guido Michelone – UNICatt editore

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