Mario Monicelli: il male di vivere, il coraggio di morire.

”Si’, la vita e’ una bella avventura, tanto bella ma quella che io sto vivendo adesso pero’ e’ una avventura di merda, un’avventura schifosa che non vorrei vivere”


Sono le parole di Mario Monicelli, parole forti di un artista coraggioso. Fino alla fine. Quando arriva il momento di affrontare il mondo senz’aria che gli si stringe attorno, armato di quel coraggio disperato di chi capisce che così non si può vivere, che c’è qualcosa di immensamente sbagliato nel fisico provato come nella società di ieri e di oggi. La rinuncia, la resa, la passività. La debolezza di lasciar scorrere gli eventi. Un uomo non è tale se non ricerca con tutto se stesso la rivoluzione e il riscatto, ma il riscatto richiede sacrifici.

Lucido, a novantacinque anni si concede la libertà di decidere di non perdere la dignità di fronte alla malattia. Non vuole chinare il capo, sottomettersi al Tristo Mietitore incappucciato che lo attende affilando la sua falce giorno dopo giorno, così si toglie la vita buttandosi dalla finestra dell’ospedale in cui è ricoverato. Ormai ruscello strozzato, foglia riarsa, cavallo stramazzato, in una fredda sera d’inverno precipita sulla terra per potersi levare in cielo come falco e nuvola lontano dalla sofferenza, come un novello Pier della Vigna.

Una scelta coerente con il percorso dell’autore laico per eccellenza, colui che ritiene la speranza “una trappola inventata dai padroni” che non attende la ricompensa dell’aldilà ma preferisce essere fautore del proprio destino.

Nessuna parola d’addio da parte sua, mentre i commenti di amici e colleghi si susseguono numerosi nell’ora del cordoglio:

Aurelio De Laurentiis “Io che lo conoscevo profondamente e sapevo della sua grande dignità e del suo desiderio di essere sempre indipendente e autonomo, posso capire questo gesto”.

Michele Placido “Me la ricordo bene quell’esperienza, era una persona di grande energia e nessuno riusciva a stargli dietro. Cinque giorni fa lo avevo chiamato e mi aveva invitato a fare uno spettacolo per i terremotati de L’Aquila. Era così, anche molto generoso”

Giovanni Veronesi “una cosa va detta: non ho mai sentito nessuno che si suicida a novantacinque anni. Era davvero speciale. Sono davvero scombussolato, l’avevo sentito poco tempo fa e pur sapendo che era all’ospedale, non lo sono mai andato a trovare. Peccato”.

Una stella che ha lasciato la scia nel firmamento dei grandi e nel cuore dell’uomo comune, da lui ereditiamo più di una sessantina di perle cinematografiche e altrettante sceneggiature capaci di cogliere l’essenza dell’italianità attraverso le più importanti fasi storiche. Non sarebbe giusto passare sotto silenzio i successi di una vita spesa nell’arte.

Nato a Viareggio il 16 maggio del 1915, si laurea in Storia e filosofia a Pisa. Esordisce come regista nel 1934 quando insieme al cugino e amico Alberto Mondadori gira il cortometraggio Cuore rivelatore e il mediometraggio muto I Ragazzi della via Paal che vince il primo premio nella sezione “passo ridotto” della Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1937, sotto lo pseudonimo di Michele Badiek, dirige il suo primo lungometraggio Pioggia d’estate. Giacomo Gentilomo lo vuole come aiuto regista nel film La granduchessa si diverte. Dal 1940 al 1943 è nella cavalleria dell’esercito italiano, ma riesce a scampare la carriera militare grazie all’amico Riccardo Freda. Conosce Stefano Vanzina con cui scrive Aquila Nera, per la regia di Freda, e sceneggia Come persi la guerra. Con Vanzina nasce un sodalizio sostenuto dal consenso di produttori e pubblico: insieme a Steno nel 1949 sceneggia Totò cerca casa, nel 1950 Vita da cani e E’arrivato il cavaliere, nel 1951 Totò e i re di Roma. Sempre nel 1951 Guardie e ladri vince il premio come miglior sceneggiatura a Cannes. Nel 1953 gira da solo Totò e Carolina, il film bloccato dalla censura esce solo nel 1955 e in seguito viene proibito. Il 1955 è anche l’anno della collaborazione con Sordi nel film Un eroe dei nostri tempi, con Padri e figli vince l’Orso d’argento nel cast Aldo Fabrizi e una giovanissima Gina Lollobrigida. L’anno dopo, 1956, esce I soliti ignoti che vince il Nastro d’Argento come miglior sceneggiatura. Con Anna Magnani e Totò gira Risate di Gioia e, grazie all’aiuto del produttore Carlo Ponti, Renzo e Lucia un episodio di Boccaccio ’70. Del 1963 è I compagni con Bernard Blier, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Annie Girardot e per la prima volta sugli schermi Raffaella Carrà.

Nel 1966 L’armata Brancaleone prodotto da uno scettico Mario Cecchi Gori si rivela uno straordinario successo. Nel 1968 Monica Vitti è la brillante protagonista di La ragazza con la pistola, l’anno successivo arriva Brancaleone alle crociate.

Gli anni ’70 vedono un successo dopo l’altro: Romanzo popolare con Ugo Tognazzi e l’esordiente Ornella Muti, Amici Miei dal cast stellare (Tognazzi, Noiret, Celi, Moschin), Un borghese piccolo piccolo con Sordi in versione drammatica, due episodi ne I nuovi mostri (First Aid e Autostop), Signori e signore buonanotte e Viaggio con Anita con Giancarlo Giannini e Goldie Hawn.

Camera d’albergo del 1981 non ha fortuna, anche se è preludio di quel genere televisivo oggi detto “reality”, seguono Il marchese del grillo (1981) premio alla regia al Festival di Berlino, Amici miei atto II (1982), Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984), Le due vite di Mattia Pascal (1985), Speriamo che sia femmina del 1986 vincitore di due David di Donatello, al film e alla regia e di un Nastro d’Argento, I picari (1988).

Suoi il film TV La moglie ingenua e il marito malato (1989), 12 registi per 12 città (1989), Il male oscuro (1990) tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Berto, Rossini! Rossini! (1991) anno in cui vince il Leone alla carriera, Parenti serpenti (1992) dell’esordiente sceneggiatore Carmine Amoroso, Cari fottutissimi amici (1994), Facciamo paradiso (1995), Panni Sporchi (1999), Come quando fuori piove (TV, 2000), e opere con un’impronta assolutamente politica e attuale come l’episodio di Un altro mondo è possibile (2001), Lettere dalla Palestina (2002), e nel 2003 Firenze il nostro domani.
Il 15 maggio 2006 festeggia il compleanno sul set di Rose del deserto.

Il suo sguardo cinico, ironico e disincantato rivive in ogni suo film e tutte le volte che gli schermi grandi e piccoli si riempiono di quella magica luce di realismo che è riuscito a creare. Padrone della sua vita, nel bene e nel male, non è caduto mai nella retorica e ha saputo imprimere un segno indelebile nella Storia d’Italia.

Addio Maestro

Grazie della tua onesta testimonianza.

2 commenti

Archiviato in Cinema

La rivolta sulla frequenza 105,600 MHz

Appropriazione indebita della frequenza 105,6 e programmazione radio infarcita di insulti razzisti, è questa la portata reale e tangibile dell’antenna installata il 17 dicembre scorso ad Alessano, pochi chilometri da Leuca, il capo del finis terrae italiano, il luogo di confine dove Ionio e Adriatico si incontrano. Si sta parlando della vicenda che da un mese esatto coinvolge Radio Padania Libera e il Salento.

Per sommi capi: quali sono i fatti, i protagonisti, le accuse e le risposte? 

Il 17 dicembre 2010 Radio Padania Libera, l’emittente che, com’è noto, dal 1997 è diffusa in tutto il Nord e si fa voce e cassa risonante per l’ideologia del partito leghista, inizia le trasmissioni nel Salento, in particolare in 30 comuni racchiusi nel territorio circostante al capo di Leuca: profondo sud, come si suol dire. Lo fa sfruttando il trasmettitore di Alessano e sovrapponendosi a Radio Nice del gruppo Mixer Media, l’emittente che prima di dicembre, in questa zona d’Italia, trasmetteva regolarmente sul canale 105,6.

I contenuti, appare chiaro da subito, sono decisamente anomali per una radio salentina: accento lombardo – al quale si può anche passare sopra con indifferenza -, ma soprattutto messaggi non certo frutto di analisi e progettazione accurata dello specifico linguaggio radiofonico adatto alle esigenze dei format, infarciti di volgarità, pregiudizi, insulti ai meridionali che si alimentano di quei pregiudizi e quegli stereotipi che della Lega sono da sempre  la linfa vitale. Giuseppe Salvaggiulo su La Stampa del 7 gennaio 2011 descrive in questi termini la programmazione: “melodie celtiche, proclami federalisti, invettive nordiste, rubriche come «Padania, sveglia!» e «Alpini padani»”. Toni e contenuti di tal calibro non sono certo passati indifferenti ai salentini – e crediamo di dover aggiungere, ragionevolmente, ai meridionali in generale -, tanto che la questione è ben presto esplosa e le proteste sono giunte fino ai vertici della politica locale e nazionale.

Prima di parlare di cosa sta succedendo e della serie di manifestazioni che a loro modo cercano di ribellarsi all’emittente, è fondamentale chiarire uno snodo della vicenda. Radio Padania Libera ha comprato la frequenza 105,6, ed è quindi libera di trasmettere in Salento? Non proprio.

La legge italiana prevede un trattamento particolare per due specifiche emittenti, Radio Padania e Radio Maria, entrambe riconosciute come “radio a carattere comunitario”, caratterizzate da “assenza di scopo di lucro” in virtù delle “particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose” di cui si fanno portavoce. Sfruttando questa menzione, l’articolo 74 della Finanziaria del 2001, votato dall’allora governo Berlusconi, con maggioranza di centro desta capeggiata dalla Lega, istituzionalizza il diritto di Radio Padania a occupare gratuitamente frequenze radio, previo un via libera dal ministero. Se non è un privilegio questo… Le comuni emittenti, infatti, pagano cifre piuttosto ingenti per l’acquisto delle frequenze. Ma non è tutto. Nel 2005 viene votata dal governo (ancora una volta di centrodestra, con una buona parte della Lega) la legge che prevede un finanziamento annuo  riservato a Radio Padania e Radio Maria. Questo mentre le altre radio ricevono la propria quota spartita da un totale proveniente da finanziamenti pubblici. Solo invidia? No, perché un incredibile “gap” di questa normativa fa sì che le frequenze acquisite gratuitamente possano essere cedute, o meglio vendute, alle radio commerciali. La compravendita delle frequenze pare, per la Lega, essere soltanto una falsa diceria, ma il Pd ha già avuto modo di confermare l’usanza dei passaggi a pagamento tramite una serie di documenti che ne attesterebbero l’esistenza. Di frode in frode, per motivi da chiarire, la radio leghista ha fagocitato il canale 105,6 storicamente occupato dall’emittente salentina Radiorama.

Una faccenda, insomma, tutta all’italiana, così tipica di quel meridionalismo e atteggiamento da “Roma ladrona” che Radio Padania attacca ferocemente. È davvero l’assurdo. Come è altrettanto assurdo il fatto che una radio che percepisce finanziamenti dallo Stato per il suo carattere comunitario possa trasmettere senza freni quelle che il sindaco di Alessano Gigi Nicolardi, tempestato di telefonate e proteste dei suoi cittadini indignati per i contenuti della radio, racconta come “trasmissioni infarcite di veri e propri attacchi ai meridionali che a loro dire sono i veri responsabili del disastro Italia. I meridionali sono ladri i padani sono onesti, i loro soldi sono puliti [N.d.R. Sottolineiamo la palese contraddizione con quanto spiegato sopra] i nostri sono sporchi, la loro sanità è efficiente la nostra è sprecona, loro pagano le tasse noi le evadiamo, e così via per tutto il giorno, in un crescendo di epiteti e propaganda antimeridionalista” (Salvaggiulo, La Stampa, 7/1/2011).

Tornando all’occupazione indebita del canale radiofonico, le reazioni in Salento sono state molteplici. Il sindaco Nicolardi si è rivolto ai parlamentari, in modo particolare agli onorevoli Teresa Bellanova e Lorenzo Ria. È sceso in piazza anche il Movimento giovanile Regione Salento affiancato dalla popolazione, dai politici di ogni schieramento e dalle associazioni locali: domenica mattina è stata organizzata una manifestazione sotto all’antenna trasmittente, ad Alessano. Il coordinatore del movimento, Claudio Sturdà, forte dello slogan “no al razzismo perché il Salento è terra di accoglienza, no all’illegalità e a chi occupa abusivamente le frequenze”, ha spiegato al Corriere del mezzogiorno.it: “il Salento è terra di cultura e di accoglienza e non può assolutamente sopportare l’ascolto di una emittente xenofoba che definisce i meridionali: pidocchiosi e mafiosi”.

La protesta è attiva anche da parte dell’editore salentino Paolo Pagliaro, a capo delle radio e tv del gruppo Mixer Media (che include Rama, Manbassa, Nice, Jetradio, Salento, Telerama e Telerama 1), il quale ha deciso di trasmettere, contro la deriva xenofoba di Radio Padania, l’inno di Mameli a reti unificate e su tutte le frequenze del gruppo, ogni giorno alle ore 16.00 a partire dall’8 gennaio.

Il Salento rivendica la necessaria legalità nella vicenda dell’occupazione abusiva delle frequenze, per questo motivo, oltre all’appello ai parlamentari, Pagliaro si è dichiarato pronto a denunciare la situazione al Tar: “Ecco a voi i leghisti violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori, che non (ri) conoscono la Costituzione Italiana e che la violano con disprezzo. Violenti perché hanno ottenuto grazie alla gestione del potere l’opportunità di un sopruso-abuso” (Corriere salentino.it). È già stata inviata una diffida al Ministero delle Comunicazioni, saranno dunque eseguiti i relativi accertamenti ed è previsto per questa settimana il regolare ricorso al Tar. A difesa di Mixer Media l’avvocato Gianluigi Pellegrino, che farà leva, nella sua denuncia, sull’incostituzionalità delle norme che permettono a una radio dalla fittizia utilità sociale di abusare dei propri privilegi per scopi opposti a quelli previsti dalla legge. “Nessuno pensa di dover impedire a Radio Padania di fare o dire ciò che pensa anche qui dalle nostre parti” – ha voluto specificare sulla Gazzetta del Mezzogiorno.it il deputato Ugo Lisi del Partito delle Libertà – “tuttavia credo che la libera espressione di questa emittente non possa avvenire a scapito delle emittenti salentine, specie Radiorama che racconta questa terra con le sue storie e le sue virtù”.

Mentre a livello nazionale la vicenda è poco seguita e l’emittente padana non sembra preoccuparsi della rivolta in corso, Il caso per il momento è arrivato in Consiglio regionale. Così ne parla il vicepresidente della giunta Loredana Capone su Nuovo Quotidiano di Puglia.it: “da un lato le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, dall’altro norme finalizzate a tutelare la diffusione del verbo politico di un partito che parla contro la capitale ”Roma ladrona” e contro il Sud. Radio Padania parla senza avere il pudore di ricordare che cresce con le tasse di tutti gli Italiani, prendendo 500mila euro l’anno di contributo, e lo fa utilizzando una norma, fatta ad hoc, che sostanzialmente rischia di legittimare l’appropriazione indebita di frequenze”. La ricorrenza delle celebrazioni per i 150 anni dell’Italia unita stride con questa situazione, lo sottolinea la Capone: “occorre fare riflessioni serie per rinsaldare l’Unità del Paese. Ancora oggi ci sono tanti nodi da sciogliere, pregiudizi spesso strumentali e ancora più spesso frutto di ignoranza pervadono i ragionamenti di tanti. Perciò affronteremo la questione in Consiglio regionale, augurandoci che in queste emittenti, in particolare, sia dato il giusto rilievo ai nostri giovani che vincono premi nazionali per l’innovazione, alle nostre imprese che affrontano sacrifici sempre più grandi, alle nostre università”. Al di là del comprensibile riferimento alla situazione salentina, si scorge nella sua riflessione anche la preoccupazione per il prevalere di opinioni e vere e proprie ideologie sempre più spesso costruite su stereotipi fantoccio, che impediscono di analizzare criticamente la realtà e agire in direzione di un suo miglioramento.

Comunque vada a finire questa storia (noi ci auguriamo che venga riconosciuta l’illegalità dell’insediamento leghista sulle frequenze salentine), la radio – da sempre il medium libero per eccellenza – ne uscirà ferita e offesa per un tentativo di sopruso violento e prepotente. A danno dei salentini e di tutti i meridionali, ma ancora di più, democraticamente parlando, a danno di una regolamentazione che gestisce la libertà di informazione nel Paese. Sono sufficienti potere politico ed economico per levare voce a un’emittente e prevaricare con quella che, a discapito della legge, è tutto fuori che una radio con finalità comunitarie. Comunitarie in senso lato, cioè inerenti all’interesse dell’Italia intera, non di una comunità ristretta e selezionata che ruota intorno a un partito e che, peraltro, fa propaganda illegalmente.

Il Cetto La Qualunque di Antonio Albanese sembra uscire dai confini del suo “ideale” meridione, e rivelarsi a suo agio in tutta Italia. Perché è questo il risultato finale: diffusione del gioco sporco ovunque, forte di pregiudizi e capri espiatori, laddove né la politica né tantomeno l’informazione sono più baluardi della democrazia. E chiudiamo a tal proposito con il commento che il presidente della Camera Fini ha fatto a Che tempo che fa domenica 16 gennaio: “La legalità è il presupposto di ogni democrazia. […] C’è il rischio di un discredito complessivo di tutte le istituzioni […] non è un mistero che la credibilità complessiva delle istituzioni sta calando. […] Non è un problema delle opposizioni, del governo, della destra, della sinistra, è un problema di tutta la politica”.

1 Commento

Archiviato in Attualità

Sul “valore” di ogni disciplina

 

L’uomo, per analizzare e comprendere più profondamente la realtà di fronte ai suoi occhi, ha da sempre cercato di suddividerla e classificarla. La stessa tendenza ha caratterizzato i diversi domini di conoscenza e le diverse discipline, da quelle umanistiche a quelle scientifiche; in un tale quadro, non stupisce in alcun modo che la storia non abbia fatto eccezione.

Gli studenti seduti nei loro banchi hanno, spesso, posto una particolare domanda al loro professore: “ma a cosa serve studiare la storia?”. Una domanda, a volte, nata dalla sincera volontà di capire l’utilità di una tale materia, altre volte, ispirata dalla non tanto velata volontà di mettere in difficoltà il mal capitato docente. Alcuni hanno risposto che conoscere la propria storia aiuta a non commettere più gli errori del passato; senza alcun dubbio, una tesi affascinante, che, però, viene smentita dalla continua tendenza dell’uomo a dimenticare, a pensare “questa volta sarà diverso”, a commettere iterativamente errori quantomeno simili. Altri possono aver sottolineato il valore identitario di quello che ci ha preceduto, ovvero, noi siamo ciò che siamo in virtù di ciò che è stato prima. Forse, la storia non avrà la stessa utilità pratica della matematica, della fisica e della chimica, ma senza questa non sapremmo nemmeno dire come siamo arrivati alle scoperte scientifiche che hanno rivoluzionato le società nel corso dei millenni e dei secoli. Anche un singolo individuo senza memoria del suo vissuto è come un bambino che si muove malcerto e procede per tentativi, senza la guida di un adulto.

La storia ci aiuta a comprendere chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. La storia, prendendo in considerazione gli sviluppi umani, culturali, sociali, economici, giuridici, scientifici, artistici religiosi di una società ci offre gli elementi essenziali per spiegare, senza ricorrere a categorie quali “fato” e “destino”, come mai si sia verificato un determinato evento.Il senso di queste parole può essere veramente colto, applicando il ragionamento a un evento concreto; tra tutti quelli che si potrebbero scegliere, pensiamo sia particolarmente interessante la fine della divisione del mondo in due blocchi. Non si tratta di un singolo evento, bensì di un complesso di micro e macro eventi che hanno contribuito a modificare la visione del mondo dominante per poco meno di cinquant’anni; uno spartiacque che, proprio perché relativamente recente, appartiene in modo più o meno marcato all’esperienza personale e/o mediata di gran parte di noi. Non tutti, però, hanno vissuto questi avvenimenti con la stessa consapevolezza della loro portata, non tutti hanno avuto accesso alla stessa quantità/qualità di informazioni; sembra, quindi, interessante fare riferimento a un personaggio che, per formazione e per ruolo, può essere ritenuto un “testimone privilegiato”. Nel suo libro, “L’era della turbolenza”, Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, racconta il suo punto di vista su tutti questi eventi, con uno stile semplice, comprensibile e, a tratti, accattivante. Greenspan, nell’ottobre del 1989, viene chiamato a spiegare la finanza capitalista a una platea di economisti e banchieri sovietici e rimane stupito della profonda conoscenza dimostrata da alcuni dei presenti. Poco tempo dopo, il 9 novembre 1989, crolla il muro di Berlino. Come ricorda Greenspan, “uno dei dibattiti più importanti del XX secolo riguardava il controllo governativo desiderabile per il bene collettivo” (GREENSPAN, p.144). Si confrontavano, quindi, sia due diverse visioni del mondo, sia due diverse modelli di organizzazione economica: da una parte, il libero mercato e, dall’altra, la pianificazione centrale.

La Germania, fino al 1945, era stata una nazione unita, che condivideva una cultura, una lingua, una storia e un complesso di valori. A partire da questa base comune, si era, poi, innestata una variabile differente: il sistema politico ed economico. Sembra, quindi, ragionevole ritenere che la diversità tra la Germania Est e la Germania Ovest sia, in gran parte, imputabile al differente cammino imboccato al termine del secondo conflitto mondiale. Questo non deve, però, far cadere in una sorta riduzionismo: il modello di organizzazione economica non è una realtà a se stante che si impone sulle altre, bensì una struttura che, per il suo funzionamento, si basa su una serie di precondizioni culturali e sociali. Ciò emerge in modo evidente, se l’attenzione si sposta sul difficile passaggio dalla pianificazione al capitalismo da parte dell’URSS. Mentre, nel caso della Polonia e della Cecoslovacchia, i leader politici avevano potuto contare sull’appoggio popolare, i cittadini sovietici, in passato orgogliosi del ruolo di superpotenza della loro nazione, vivevano questi avvenimenti come un’umiliazione. A questa difficoltà, se ne aggiungono altre più concrete, come ricorda Greenspan: “[…] Erano passati troppi anni dal 1917, e quasi nessuno ricordava in prima persona la proprietà privata o aveva esperienza imprenditoriale. Non esistevano ragionieri, revisori, analisti o avvocati specializzati in diritto commerciale, nemmeno fra i pensionati. Nell’Europa dell’Est, dove il comunismo aveva regnato per quarant’anni anziché ottanta, si era potuto ristabilire un libero mercato; in Unione Sovietica lo si doveva resuscitare dall’oltretomba” (GREENSPAN, p.152).

Il crollo dell’URSS e il passaggio obbligato a un’economia di mercato è un’occasione per riflettere e per riconoscere “i fondamenti istituzionali necessari ai liberi mercati” (GREENSPAN, p.154). La trasformazione è stata sì necessaria, ma non certo automatica; le ragioni delle tante difficoltà incontrate lungo questo cammino sono legate alla “vasta rete di sostegno culturale e infrastrutturale, evolutasi per generazioni [nei paesi occidentali, comprendente]: leggi, consuetudini, norme deontologiche e professionali” (GREENSPAN, p.154).

Tutto ciò, si spera, dovrebbe aiutare a non sottovalutare mai l’importanza di determinati fattori, a non credere che alcune discipline siano inutili, solo perché prive di una immediata applicabilità tecnico-produttiva: esse costituiscono una precondizione, un retroterra necessario al funzionamento di determinate strutture e infrastrutture chiave all’interno della nostra società contemporanea. Tutte le discipline hanno un loro valore e una loro valenza pratica, anche se, in alcuni casi, è necessario avere un occhio allenato e attento che sappia svolgere un’analisi critica e non si blocchi alla pura esteriorità delle cose. Fortunatamente, ci sono ancora cammini formativi che si propongono questo fondamentale obiettivo.

(ALAN GREENSPAN, L’era della turbolenza, Sperling & Kupfer, 2007; traduzione di Dade Fasic, Andrea Mazza, Cristina Volpi, The Age of Turbolence, 2007)

Lascia un commento

Archiviato in Commenti

La disciplina più ridicola

 Dal momento che l’argomento ultimamente è saltato per l’ennesima volta agli onori della cronaca (vedi Ballarò dell’11/1/11), proporrei di leggere ciò che pensa riguardo le amenità del corso di laurea in Scienza delle comunicazioni (parole del Ministro Gelmini) uno che di comunicazione pare intendersene parecchio: Lorenzo Cherubini alias Jovanotti.

 “In questi giorni riflettevo sopra a una parola del nostro tempo: COMUNICAZIONE. Hanno addirittura inventato una laurea in scienza della comunicazione (ci può essere una disciplina più ridicola?). Ecco io penso che bisognerebbe superare la «comunicazione». Io credo, penso, sospetto, che l’ESSERE comunichi già di suo per cui se una cosa ha bisogno di essere comunicata è solo perché non è. La comunicazione è uno splendido gioco da fare in quanto tale. Non si può studiare come si comunica l’essere, bisogna essere, questo è il punto. Se non si è, non c’è niente da comunicare. Se poi si vuole aprire un’università per insegnare a comunicare il non essere è un’altra storia ma qui cominciano i guai perché una ragazzetta che si iscrive impara che essere non è necessario. Guai. Essere è l’unica cosa necessaria”

(Lorenzo «Jovanotti» Cherubini, Franco Bolelli, Viva tutto!, add editore, Torino, 2010, pag. 16)

Iniziamo dal nome. Mettiamoci d’accordo una volta per tutte: la comunicazione è una e una soltanto, nelle sue molteplici forme e manifestazioni, è in virtù di queste e dei diversi media in cui la comunicazione si incanala nel mondo moderno che si studia non la scienza – perché non c’è una sola scienza che ne regola il funzionamento – bensì le scienze. Scienze: roba per matematici, fisici, biologi? Questa è una delle accuse più frequenti e basata su uno stereotipo che dell’ignoranza fa la sua bandiera. Per scienza, in ambito accademico, si intende disciplina, materia (non lo invento io ma lo dice esplicitamente un qualunque dizionario dei sinonimi).

Ora, la comunicazione, questa amenità che a quanto pare fa spendere soldi inutili al governo ed è la piaga del sistema universitario italiano, è evidentemente parte integrante del mondo, da sempre. Il fatto che molte università, a partire dagli anni ’90 abbiano sentito l’esigenza di istituire un corso di laurea incentrato sullo studio delle discipline che regolano, hanno a che fare, permettono di capire e usare nel modo più adeguato la comunicazione, mi sembra significativo di una certa tendenza del mondo moderno. La tendenza di cui parlo è sotto gli occhi di chiunque stia leggendo queste righe: la comunicazione, sfruttando il progresso tecnologico che mai prima d’ora si era allargato in questa maniera, si è confermata come ambito centrale e regolatore della vita moderna. Comunicazione è questo blog; un disco di Jovanotti e la pubblicità che ne viene fatta; il video musicale di Jovanotti; il successivo concerto dove centinaia di ragazzi innalzano cellulari o macchinette digitali per creare video che saranno riversati su youtube, foto che finiranno su facebook o su flickr; è il libro di Jovanotti e Bolelli, costituito a sua volta su una serie di e-mail, scambiate tramite pc, e-mail che hanno viaggiato tra città italiane ma che hanno anche sorvolato l’oceano per arrivare negli Stati Uniti, è la casa editrice indipendente che ha deciso di pubblicarlo.

Spiace dunque apprendere che Jovanotti stesso, uno che di comunicazione dovrebbe avere capito molto vista la posizione di privilegio da cui guarda il mondo e da cui produce musica che a quanto pare “funziona” ed è apprezzata, non abbia capito niente delle amenità che la comunicazione e il suo studio in ambito accademico producono e offrono.

Le quisquilie sul nome del corso di laurea, a ben vedere, rivelano già molto sulla scarsa informazione e sulla cura – pressoché assente – riservata a un giudizio piuttosto feroce verso presidi, professori, ricercatori e studenti che da anni si impegnano per organizzare sempre al meglio i corsi di laurea nella “disciplina ridicola” e permettere a molti giovani (ovviamente si parla di gente che studia e si impegna, non dovrei neanche specificare che questo è valido per OGNI laurea, ma siccome pare a Scienze della Comunicazione si concentrino tutti gli scansafatiche del mondo universitario, preferisco ribadirlo) di intraprendere una strada consapevole nel mondo del giornalismo, della pubblicità, della comunicazione sociale e così via. Si badi bene: non ho detto che a questi giovani sarà garantito un lavoro, ho semplicemente detto che saranno persone consapevoli del mondo che si trovano di fronte.

C’è forse un assunto di base deducibile da questo brano di Jovanotti. Se un pilastro della musica pop italiana, noto in tutto il mondo (si vedano le collaborazioni con artisti stranieri, o la conferenza ad Harvard dell’anno scorso), felicemente contraddistinto da un’apertura mentale e una visione del mondo a 360 gradi rara in questo Paese, si scaglia senza mezzi termini (e come abbiamo visto con parecchia disinformazione) contro un corso di laurea che per motivi storici, sociali e di malgoverno è già bersagliato, le conseguenze sono due. La prima: chi discredita già in partenza il corso di laurea, troverà ulteriori argomentazioni per perseverare. La seconda: chi apprezza Jovanotti e contemporaneamente studia/ha studiato/lavora con la comunicazione, si troverà a un bivio: il mito musicale o la ragione del proprio percorso di conoscenza? Su questo secondo snodo vorrei soffermarmi, perché è proprio la posizione in cui ci troviamo noi di WhatAboutCom.

Partirei da una considerazione: Jovanotti sbaglia. Anche i miti possono sbagliare, ebbene sì. È un errore un po’ imbarazzante, oserei affermare, dal momento che il buon Lorenzo dice un sacco di cose profondamente “giuste” ed è tutto tranne che una persona – o meglio un artista, e quindi un comunicatore di eccellenza – superficiale.

Eppure mi sembra lampante il bisogno di comunicazione del mondo odierno, la crescita esponenziale dei mezzi di comunicazione che da fine ‘800 è andata espandendosi sempre più, e ha creato veri e propri network (cos’è facebook se non una rete di persone che sentono l’esigenza di comunicare?). A pro di Jovanotti va il fatto che questo estratto non dà ragione dei numerosi elogi alla comunicazione che Lorenzo e Bolelli scrivono: il fatto di potersi sentire via mail, vedersi via skype, avere a disposizione sterminati archivi musicali e strumentazioni, scambiarsi opinioni sui social network. Ma io credo di vedere un controsenso: perché criticare prima (a pagina 16 su circa 500) e poi, costantemente, dare prova del fatto che un insieme di discipline ritenute ridicole in realtà permea il mondo contemporaneo? È forse inutile guardare con occhio analitico a questa rivoluzione tecnologica e sociale, cercare di capirne le dinamiche, le cause, le conseguenze? Io non credo. Se lo pensassi, non sarei laureata in Scienze della Comunicazione e non starei qui a scrivere un’arringa in difesa dei miei studi, portati avanti con serietà e costanza, a discapito di quello che pensa l’opinione comune, capeggiata dal Ministro Gelmini e alimentata da opinioni non fondate come quella di Jovanotti.

Trovo assurdo parlare di superamento della comunicazione. Ci viviamo dentro, ci facciamo i conti dal mattino alla notte: radio, giornali, tv, internet…Ognuno di questi mezzi ha un linguaggio specifico, precise regole che ne dominano il modo di fare comunicazione. L’essere non comunica già di suo, o meglio, sì, l’uomo è un animale sociale contraddistinto da un sistema linguistico complesso che gli permette la comunicazione già in natura, ma nel mondo di oggi questo non basta più. Se l’essere comunicasse già di suo e basta, Jovanotti sarebbe allo sbando, senza regole, senza norme a regolamentazione della sua produzione artistica, probabilmente non esisterebbero i suoi dischi così come il mercato ce li ha fatti intendere, e come ce li aspettiamo.

Ah, perché c’è una forma, sotto ai dischi, e in generale sotto a ogni specifica tipologia di comunicazione? Esattamente. L’essere comunica, ma questo flusso subisce una sorta di secondo livello di “regolamentazione”: questa è la comunicazione che studiano i corsi di laurea, a dimostrazione che sì, si può studiare come si comunica l’essere.

Davanti a un panorama del genere, l’argomentazione pseudo-ontologica di Jovanotti non regge: non c’è niente da comunicare se non si è. Eppure succede: i giornali escono, la televisione trasmette, le dinamiche di mercato e l’opinione pubblica fanno da linfa a tutto questo. Se non dovessimo più insegnare come si comunica il non essere, nessuna scuola di giornalismo avrebbe più senso di esistere, nessun corso di laurea in comunicazione. Il mondo sarebbe abitato da persone inconsapevoli, plagiate da una minoranza che fa la comunicazione e che rende tutti gli altri schiavi di questa finta realtà, a loro insaputa. Montanelli e tutti i grandi del giornalismo si stanno ribaltando nella tomba o sulla sedia. (si veda W. Lippman, “L’opinione pubblica”) Chi si iscrive a Scienze della Comunicazione con convinzione, serietà e obiettivi precisi (questo, ancora una volta, vale per qualsiasi laurea, solo che uno non motivato non si iscrive a matematica perché sarebbe cacciato fuori alla seconda lezione, l’ambito comunicativo invece è così ricco e molteplice che diventa la maschera per molti nullafacenti.  Ma si tratta di un problema sociale, anche se nuoce a chi si impegna. I conti torneranno una volta confrontati gli iscritti e i laureati, e ancora di più una volta entrati nel mercato del lavoro) scoprirà che talvolta essere non è necessario, perché esiste comunicazione che per motivi per lo più economici non “è”, si basa sul niente, ma imparerà anche che il mondo oggi funziona così, imparerà ad arginare questa deriva e a difendersene. Imparerà a conoscere il nemico e al contempo, per mero utilitarismo, a trovare un posto di lavoro. La comunicazione tocca anche il non essere, ed è per questo che ne va incentivato lo studio, ancora di più.

Infine, ultima considerazione su quella che ritengo una scivolata momentanea di Jovanotti. Si parla di una generica “ragazzetta”: perché non una studentessa o uno studente, una donna o un uomo? Perché il femminile e il diminutivo? Chi si iscrive a un corso di laurea esce da una scuola superiore, è maggiorenne, ha superato un esame di maturità e intuisce già come funziona la comunicazione, deve affinare le conoscenze del panorama molteplice che l’oggi offre. Ma c’è lo stereotipo. Ormai è manifesta ed evidente la presenza in Italia del classico pensiero stereotipato “ah, tu fai scienze delle merendine, non sai neanche cosa voglia dire studiare, non leggi, non apri un libro, ti regalano dei 30, sarai un disoccupato, il tuo obiettivo nella vita è fare la velina o l’attricetta di fiction”. Non è così. E se qualche stupido esempio alimenta la diceria, io mi pongo a difesa della massa di studenti che restano, studenti universitari come tutti gli altri, quelli che si iscrivono a ingegneria, a matematica, ma anche a lettere antiche e filosofia.

Prima di parlare informatevi. Su cosa siamo, cosa facciamo, chi sono i nostri docenti. Non escono solo veline laureate, esistono professionisti: giornalisti responsabili, autori televisivi o radiofonici che hanno qualcosa da dire, esperti di comunicazione aziendale e sistemi informatici applicati alla comunicazione. Senza di loro il mondo di oggi si troverebbe svantaggiato, o forse neanche sarebbe così come lo vediamo. Queste persone non avranno magari le conoscenze approfondite di un economista o di un informatico, ma hanno piena consapevolezza di un panorama molto più vasto, che offre mille spunti, mille appigli, e sapranno tenere conto di tutte le variabili in gioco: il mercato, la società, le aziende, i consumatori, la concorrenza e così via.

Che poi in Italia tutto questo non funzioni per i motivi di cui sopra, non rende valido l’appellativo di disciplina ridicola. È come darsi la zappa sui piedi da parte di un artista che è tale anche grazie alle meccaniche comunicative: il marketing legato a dischi e concerti, il cinema, la rete – come dimenticarla – i movimenti ambientalisti che supporta e che necessitano di uffici stampa e esperti in comunicazione per diffondere notizie, la possibilità di ascoltare musica e scaricare dal web, comprare, stare seduti a casa ed essere in collegamento con gli Stati Uniti.

Jovanotti, mi dispiace, ma non hai capito niente nemmeno tu. Se fosse in mio potere, ti inviterei volentieri a passare qualche giorno in varie università dove è istituito il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, per renderti conto che non sono merendine, che non ci si girano i pollici, ma si studia il mondo che ci scorre intorno. È così ridicolo, sarcasticamente ameno, inutile?

6 commenti

Archiviato in Commenti

Il futuro è di chi lo sa vedere

“We have brainwashed two generations through television to have nothing and to expect nothing, and so they want nothing” Francis Ford Coppola

 Quelli che avevano vent’anni nel 1970 sentivano, netta, la sensazione che il loro futuro sarebbe stato migliore di quello dei loro genitori: più felice e opulento, e creative. In alcuni casi (per esempio il mio) non era affatto vero, ma questa era la percezione del tempo. Ora è esattamente il contrario. Solo una porzione minima «vede» un qualche futuro (lo conferma autorevolmente una ricerca condotta da LaPolis per l’università di Urbino, ma bastava chiedere in giro), la stragrande maggioranza degli under 30 si riconosce piuttosto nella tetra vecchia formula punk:  «No future».

Ho spesso pensato che ambedue queste «percezioni» potessero essere erronee, se non altro dal punto di vista «strutturale». Infatti noi ventenni del 1970 stavamo vivendo il declino di un’epoca, quella della civiltà industriale, o meglio forse ne stavamo godendo l’apogeo (l’«età dell’oro», secondo lo storico Eric J. Hobsbawm: quel lungo processo in cui, dalla fine del secondo conflitto mondiale alla metà degli anni Settanta, le imprese aumentavano costantemente i loro profitti e contestualmente la popolazione migliorava il proprio tenore di vita), cui inevitabilmente segue il declino. Mentre i ventenni di oggi stanno vivendo l’alba di un’epoca, quella della «società dell’informazione», che di certo presenta immensi problemi e uno stressante livello di competitività ma offre anche immense opportunità, raramente menzionate e ancor meno esplorate: l’accesso al mondo si è teoricamente aperto, si tratta di scovare il pertugio da cui entrare.

Vero è che nel corso degli ultimi decenni i progetti collettivi – i «grandi racconti», per dirla con Jean-François Liotard – si sono dissolti, sono svaniti, lasciando le persone a una solitudine sconosciuta in passato. Si sono oscurati gli orizzonti politici, laddove la mancanza di nuove idee è stata progressivamente sostituita dal prevalere di interessi personali e particolari (il turbocapitalismo affermatosi negli anni Ottanta non è una idea, anzi: è primitivo, ferino).

Nell’incapacità di definire nuovi valori ci si è rifugiati in quelli antichi, magari malintesi. Prendiamo per esempio l’«anzianità»: il miglioramento della propria posizione sociale viene affidato al fatto che si invecchia. Non è un gran che…E infatti in quegli anni Sessanta-Settanta di cui sopra era considerato un obbrobrio: vedere al riguardo la ricca filmografia del free cinema inglese, cioè i vari Ricorda con rabbia, La solitudine del maratoneta, Sabato sera, domenica mattina, ecc. L’imperativo era «progredire», ma non solo con l’età, semmai con la conoscenza e l’affinamento degli strumenti, e da ciò far discendere il progresso sociale.

Alcuni sostengono la necessità di riscrivere il vocabolario della politica. Parrebbe una buonissima idea. Come prima parola su cui concentrarsi suggerisco, sommessamente, «lavoro». Non v’è che non veda che, piaccia o meno, aumenteranno le possibilità per i freelance di ogni razza e tipo; assai meno probabili saranno i casi di chi manterrà lo stesso impiego dall’apprendistato alla pensione.

Nel mondo musicale «classico», soprattutto in Italia, il personale delle orchestre è generalmente stabile, raramente libero professionista. Posso aggiungere che quando in proposito intervistai, anni fa, l’allora responsabile governativo della cultura Antonio Maccanico, candidamente rispose: «il fatto che prevalga il rapporto di lavoro subordinato anche in campo artistico è stravagante: dovrebbero essere rapporti di natura professionale. Tutto ciò ha creato una situazione malsana, che getta una luce sinistra su tutta la nostra organizzazione culturale». E infatti nel campo artistico dovrebbero prevalere i dati qualitativi, non quelli sindacali, peraltro magnificamente descritti da Federico Fellini in Prova d’orchestra («T’ho detto che in clarinettista solo nun te lo posso da’: o te ne prendi quattro o nun se fa gniente»).

Il jazz, come spesso gli capita, è tutta un’altra storia: se il futuro sarà terra non di lobotomizzati televisivi ma di avventurosi cosmopoliti, i jazzisti ci si troveranno a casa; per un musicista di jazz, poi, mettere insieme i contribuiti pensionistici è impresa ben più ardua che non la ricerca del mitico «accordo perduto» (copyright Jimmy Durante).

E c’è anche un’altra lezione che dal jazz si può apprendere. In un mondo sempre più globalizzato (ripeto, piaccia o meno), ma per aspetti sempre più omogeneo, verosimilmente sarà avvantaggiato nella competizione chi riuscirà a produrre qualità e, soprattutto, originalità, che è poi una delle materie prime del jazz.

Nei primi anni Novanta mi capitò di realizzare a Ravenna un workshop del violoncellista olandese Ernst Reijseger. Stante la natura dello strumento, la maggior parte degli allievi proveniva da conservatori, o più in generale dall’ambito «classico». Fra molti insegnamenti tecnici ed espressivi, Reijseger ne dispensò anche uno, per così dire, di sopravvivenza nella carriera. Disse ai suoi studenti: «Di aspiranti violoncellisti di fila ce ne sono un milione, e di posti nelle orchestre pochi; di matti che improvvisano come me invece ne circolano pochissimi, quindi ci sono maggiori possibilità, c’è più mercato». E che gli olandesi si intendano di mercato non c’è davvero da dubitare, perlomeno dal XVII secolo…

Dedicato a tutti quelli che avevano vent’anni nel 2010, con i più sinceri auguri.

Editoriale, di Filippo Bianchi, in Musica jazz, N. 12, dicembre 2010

Stefano Bollani

Lascia un commento

Archiviato in Editoriali