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Il futuro è di chi lo sa vedere

“We have brainwashed two generations through television to have nothing and to expect nothing, and so they want nothing” Francis Ford Coppola

 Quelli che avevano vent’anni nel 1970 sentivano, netta, la sensazione che il loro futuro sarebbe stato migliore di quello dei loro genitori: più felice e opulento, e creative. In alcuni casi (per esempio il mio) non era affatto vero, ma questa era la percezione del tempo. Ora è esattamente il contrario. Solo una porzione minima «vede» un qualche futuro (lo conferma autorevolmente una ricerca condotta da LaPolis per l’università di Urbino, ma bastava chiedere in giro), la stragrande maggioranza degli under 30 si riconosce piuttosto nella tetra vecchia formula punk:  «No future».

Ho spesso pensato che ambedue queste «percezioni» potessero essere erronee, se non altro dal punto di vista «strutturale». Infatti noi ventenni del 1970 stavamo vivendo il declino di un’epoca, quella della civiltà industriale, o meglio forse ne stavamo godendo l’apogeo (l’«età dell’oro», secondo lo storico Eric J. Hobsbawm: quel lungo processo in cui, dalla fine del secondo conflitto mondiale alla metà degli anni Settanta, le imprese aumentavano costantemente i loro profitti e contestualmente la popolazione migliorava il proprio tenore di vita), cui inevitabilmente segue il declino. Mentre i ventenni di oggi stanno vivendo l’alba di un’epoca, quella della «società dell’informazione», che di certo presenta immensi problemi e uno stressante livello di competitività ma offre anche immense opportunità, raramente menzionate e ancor meno esplorate: l’accesso al mondo si è teoricamente aperto, si tratta di scovare il pertugio da cui entrare.

Vero è che nel corso degli ultimi decenni i progetti collettivi – i «grandi racconti», per dirla con Jean-François Liotard – si sono dissolti, sono svaniti, lasciando le persone a una solitudine sconosciuta in passato. Si sono oscurati gli orizzonti politici, laddove la mancanza di nuove idee è stata progressivamente sostituita dal prevalere di interessi personali e particolari (il turbocapitalismo affermatosi negli anni Ottanta non è una idea, anzi: è primitivo, ferino).

Nell’incapacità di definire nuovi valori ci si è rifugiati in quelli antichi, magari malintesi. Prendiamo per esempio l’«anzianità»: il miglioramento della propria posizione sociale viene affidato al fatto che si invecchia. Non è un gran che…E infatti in quegli anni Sessanta-Settanta di cui sopra era considerato un obbrobrio: vedere al riguardo la ricca filmografia del free cinema inglese, cioè i vari Ricorda con rabbia, La solitudine del maratoneta, Sabato sera, domenica mattina, ecc. L’imperativo era «progredire», ma non solo con l’età, semmai con la conoscenza e l’affinamento degli strumenti, e da ciò far discendere il progresso sociale.

Alcuni sostengono la necessità di riscrivere il vocabolario della politica. Parrebbe una buonissima idea. Come prima parola su cui concentrarsi suggerisco, sommessamente, «lavoro». Non v’è che non veda che, piaccia o meno, aumenteranno le possibilità per i freelance di ogni razza e tipo; assai meno probabili saranno i casi di chi manterrà lo stesso impiego dall’apprendistato alla pensione.

Nel mondo musicale «classico», soprattutto in Italia, il personale delle orchestre è generalmente stabile, raramente libero professionista. Posso aggiungere che quando in proposito intervistai, anni fa, l’allora responsabile governativo della cultura Antonio Maccanico, candidamente rispose: «il fatto che prevalga il rapporto di lavoro subordinato anche in campo artistico è stravagante: dovrebbero essere rapporti di natura professionale. Tutto ciò ha creato una situazione malsana, che getta una luce sinistra su tutta la nostra organizzazione culturale». E infatti nel campo artistico dovrebbero prevalere i dati qualitativi, non quelli sindacali, peraltro magnificamente descritti da Federico Fellini in Prova d’orchestra («T’ho detto che in clarinettista solo nun te lo posso da’: o te ne prendi quattro o nun se fa gniente»).

Il jazz, come spesso gli capita, è tutta un’altra storia: se il futuro sarà terra non di lobotomizzati televisivi ma di avventurosi cosmopoliti, i jazzisti ci si troveranno a casa; per un musicista di jazz, poi, mettere insieme i contribuiti pensionistici è impresa ben più ardua che non la ricerca del mitico «accordo perduto» (copyright Jimmy Durante).

E c’è anche un’altra lezione che dal jazz si può apprendere. In un mondo sempre più globalizzato (ripeto, piaccia o meno), ma per aspetti sempre più omogeneo, verosimilmente sarà avvantaggiato nella competizione chi riuscirà a produrre qualità e, soprattutto, originalità, che è poi una delle materie prime del jazz.

Nei primi anni Novanta mi capitò di realizzare a Ravenna un workshop del violoncellista olandese Ernst Reijseger. Stante la natura dello strumento, la maggior parte degli allievi proveniva da conservatori, o più in generale dall’ambito «classico». Fra molti insegnamenti tecnici ed espressivi, Reijseger ne dispensò anche uno, per così dire, di sopravvivenza nella carriera. Disse ai suoi studenti: «Di aspiranti violoncellisti di fila ce ne sono un milione, e di posti nelle orchestre pochi; di matti che improvvisano come me invece ne circolano pochissimi, quindi ci sono maggiori possibilità, c’è più mercato». E che gli olandesi si intendano di mercato non c’è davvero da dubitare, perlomeno dal XVII secolo…

Dedicato a tutti quelli che avevano vent’anni nel 2010, con i più sinceri auguri.

Editoriale, di Filippo Bianchi, in Musica jazz, N. 12, dicembre 2010

Stefano Bollani

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