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Quando il jazz si scopre donna

Jazz is a woman, il jazz raccontato da trentanove voci femminili della scena musicale contemporanea. Questo il nuovo libro di Guido Michelone, professore di Storia della Musica Afroamericana presso il Master in Comunicazione musicale dell’Università Cattolica di Milano. Autore particolarmente prolifico, Michelone ha alle sue spalle una ricchissima produzione letteraria tra cui spiccano, solo per elencarne alcuni, Senti un pop (Marinotti, 2001), Breve storia della musica jazz (Zedde, 2009), I Simpson. Una famiglia dalla A alla Z (Bompiani, 2009), Musical, jazz e cinema. Breve introduzione alla storia dei rapporti musicali/cinema (EDUCatt, 2009), Speak jazzmen. 55 interviews with jazz musicians (EDUCatt, 2010).

Come gli ultimi due libri citati, anche Jazz is a woman è pubblicato da UNICatt, la casa editrice dell’Università cattolica di Milano, si tratta di una raccolta di interviste alle signore del jazz: dalla flautista americana Jamie Baum, alla pianista e compositrice giapponese Akiko Pavolka, per passare alle più note Puppini Sisters, Cheryl Bentyne (Manatthan Transfer) e alla bassista Esperanza Spalding, e ancora alle italiane Patrizia Scascitelli, pianista, Ada Rovatti, sassofonista, Cristina Zavalloni, cantante. Idealmente questo testo si affianca e va a completare l’altra raccolta di interviste di Michelone, Speak jazzmen, dove a essere interpellati sono invece protagonisti maschili del jazz.

 La novità del testo è evidente fin dal titolo: il jazz è una donna. Quest’affermazione sembra ribaltare il ruolo di primo piano che l’immaginario comune ha sempre attribuito agli uomini del jazz, figure ormai leggendarie come Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Miles Davis fino ad arrivare ai jazzisti contemporanei. Eppure, a pensarci bene, la donna è spesso la vera “frontmen” dei gruppi jazz: rivestendo nella maggior parte dei casi il ruolo di cantante, la donna si scopre essere colei che occupa la posizione di prima linea durante lo spettacolo. La barriera di genere è dunque sfondata?

In parte sì e in parte no, nel senso che, come dice lei, è vero che sin dagli inizi del jazz o addirittura prima, con le cantanti di blues e di gospel, la donna è protagonista e anche leader di un ensemble musicale e del progetto artistico. E già negli anni Venti appare qualche figura, come la pianista Lil Hardin – che sposerà Louis Armstrong e lo spronerà a rinnovare l’hot jazz – che si discosta dal cliché della cantante jazz un po’ femme fatale. Ma restano casi isolati, come, altro fulgido esempio, Mary Lou Williams, pianista, compositrice, band leader, che attraversa la storia del jazz dagli anni Trenta ai Settanta. Ma il ruolo della donna anche oggi continua a essere visto, più o meno simbolicamente, nell’immaginario popolare, come quello della bella ragazza che canta e seduce, nonostante aumenti il numero delle musiciste che suonano uno strumento o addirittura dirigono un orchestra (come Maria Schneider e Christine Jensen) e che affiancano gli uomini in tutto e per tutto.

Questo libro ha la particolarità di essere scritto interamente in lingua inglese. Si intravede forse il tentativo di superare, oltre alla barriera di genere, anche un ostacolo evidentemente linguistico e perfino etnico. Le donne intervistate infatti provengono dalle più diverse realtà musicali americane, europee, mondiali. A unirle sono da un lato la musica e dall’altro la lingua: è corretto parlare di jazz americano di lingua inglese, oppure ci sono altre realtà musicali non anglofone?

Il jazz è ormai un linguaggio universale esteso davvero in tutto il mondo. E in molte culture viene integrato perfettamente alle realtà locali, fino a produrne qualcosa di assolutamente nuovo e originario. Benché il jazz continui ad avere quale epicentro gli Stati Uniti (soprattutto le grandi città come New York, Chicago e Los Angeles), in altri Paesi da venti-trent’anni esiste un jazz autoctono che non ha nulla da invidiare a quello nordamericano: penso alla Francia anzitutto (storicamente la prima nazione jazzistica dopo gli USA), poi alla Scandinavia e al Nord Europa in genere, ma anche all’Italia, alla Spagna, i Balcani, al Giappone, al Brasile, all’Argentina, al Sudafrica. Per quanto riguarda invece il rapporto tra jazz e lingua inglese si può dire semplicemente che l’american english sia lo slang usato da tutti sia in termini specialistici sia quando si canta una canzone (anche se qualche cantante jazz americana spesso introduce nel proprio repertorio song in lingua francese, spagnola, portoghese, persino italiana).

Molto spesso viene chiesto alle intervistate chi siano i loro miti musicali, gli idoli o i maestri. Le risposte, seppure variabilmente, sembrano tutte vertere sull’età d’oro del jazz americano, e sui grandi nomi: Stan Getz, Miles Davis, Keith Jarrett, Pat Metheny. È questa la sola origine del jazz, oppure ciò che porta una donna a fare suo questo tipo di musica deriva piuttosto da esperienze e vicende personali?

Le mie interviste, salvo rare eccezioni, anche se l’età delle donne non si dovrebbe mai dire, sono tutte trentenni, quarantenni, massimo cinquantenni, dunque appartenenti a generazioni che hanno convissuto – come epoca e come immaginario – con il jazz della neomodernità dal cool al post-free e quindi i nomi che si fanno sono quelli. Poi, storicamente parlando, il canto jazz ha sempre guardato ai modelli stilistici degli strumentisti, nel senso che già Billie Holiday o Sarah Vaughan, sessant’anni fa, ammettevano che i loro ispiratori erano ad esempio il sax tenore di Lester Young invece di un’altra vocalist. Inoltre i musicisti che ha citato – Getz, Davis, Jarrett, Metheny – curiosamente hanno tutti un approccio delicato, raffinato, educato alla materia sonora e questo risponde al fatto che anche l’approccio delle donne al canto jazz per la maggior parte dei casi sia altrettanto dolce, tenue, romanticheggiante.

C’è un filo che lega tutte le interviste, ed è una domanda ricorrente “cos’è il jazz per te?”. Mi sembra di leggere qui una sorta di chiave di lettura per questo testo: la domanda infatti è tra le più semplici e al tempo stesso complesse, ogni intervistata risponde in modo profondamente differente e soggettivo, quasi come se l’essenza del jazz restasse un segreto sfuggente. Ma la donna, si sa, è essa stessa un essere sfuggente. È forse un paragone troppo azzardato?

Non saprei e sinceramente non amo molto le disquisizioni sull’identità femminile o su quella maschile. Credo che la differenza sessuale abbia conseguenze in molti aspetti della vita non solo quotidiana, anche in quella artistica, ma non è ancora scientificamente provata l’esistenza ad esempio di una scrittura femminile o di una musica femminile rispetto a quelle maschili. Se ipoteticamente si leggesse un romanzo cancellando in copertina l’autore o l’autrice, sarebbe difficile (io credo ‘impossibile’!) dire se sia scritto da un uomo o da una donna. E vale anche per la musica, per il jazz! Sfido chiunque ad ascoltare su disco ad esempio un brano della sassofonista tedesca Jutta Hipp o della trombonista afroamericana Melba Liston della fine degli anni Cinquanta e a dire se erano o meno donne: sono in tutto e per tutto musiche simili all’hard bop (movimento maschile) allora imperante! Ma vale anche per la musica di oggi: se facessi ascoltare l’ultimo CD della pianista romana Stefania Tallini…

Questa raccolta di interviste ha il pregio di tutte le raccolte corali di opinioni, quello cioè di mettere in luce come il jazz sia una specie di grande mare – così lo definiva Langston Hughes, poeta afroamericano, tra i primi a utilizzare il jazz in letteratura -, un universo unico e a suo modo oggettivo, tenuto insieme però da tante diverse componenti soggettive. Lo sguardo e la musica di ogni donna del jazz può essere considerato una piccola onda di questo grande e affascinante mare, cosa ne pensa?

Direi anche qualcosa in più,per usare la metafora hughesiana, alle donne appartiene una bella parte di questo mare. Nel canto jazz anzitutto il contributo delle donne non solo è superiore in quantità, ma offre dagli inizi del XX secolo a oggi continue innovazioni dovute proprio all’estro femminino, al fatto forse che la voce femminile (obiettivamente diversa da quella degli uomini) forse suona meglio accanto agli strumenti musicali che i maschi (ma non solo loro) suonano. Il problema, poi, è come sempre politico: ad esempio la comunità afroamericana statunitense, in particolare fra le classi meno abbienti, è maschilista e la questione si riflette nella società: ci sono forse donne nel rap e nell’hip-hoip? Sono una rarità. Dove invece il ruolo della dona non è più subalterno, come in Olanda, Svezia o Finlandia, lì il numero di jazziste, come quello di docenti universitarie, rock girl, amministratici delegate o vigilesse del fuoco è in deciso aumento…

Jazz is a woman – Guido Michelone – UNICatt editore

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