Archivi tag: Repubblica 16 gennaio 2012

La peste del traduttore

Un morbo terribile e temibile come la peste sta affliggendo ormai inesorabilmente una categoria professionale da sempre dimenticata e relegata nel più remoto angolo della trafila editoriale, e non solo: i traduttori. Nessuna tumefazione o segno visibile sulla superficie, ed è forse questo il dettaglio che più preoccupa. I traduttori sono stati attaccati dal feroce e letale virus di Google Translate, tanto fulminante quanto apparentemente invisibile.

Affronta l’argomento Stefano Bartezzaghi, linguista “figlio d’arte” che, su Repubblica del 16 gennaio, torna come d’abitudine sul tema del maltrattamento del linguaggio, delle inesattezze accumulate che creano nuove, erratissime, regole fasulle, della scarsa attenzione del lettore e del parlante contemporaneo. Problemi recentemente riassunti e spiegati in “Come dire. Galateo della comunicazione” (Mondadori, 2011), volume in cui il “re del gioco di parole” sviscera gli acciacchi e le insidie di quella che è la vera dominatrice del mondo moderno, troppo spesso invisibile a molti: la comunicazione. La ghiotta occasione per tornare a parlare di lingua, sistemi di comunicazione e umanità è fornita dall’articolo di Angelo Arquaro attiguo a quello di Bartezzaghi (anch’esso sull’inserto di Repubblica R2, dello stesso giorno), che presenta e racconta la storia di Mister Translate.

Brevemente: il genio informatico Ashish Venugopal, indiano, 33 anni, uno dei principali implementatori del sistema Google Translate, ha annunciato l’ultima frontiera dei suoi progetti, l’applicazione che darà voce alle traduzioni usatissime ogni giorno in tutto il mondo per capire e farsi capire chi non parla la propria lingua. Di per sé questo passo implica poche riflessioni: è sufficiente un’applicazione vocale come quelle utilizzate in alcuni software di conversione testo/voce per passare dal testo scritto di una traduzione di google, al testo parlato. Non voce, sottolineiamolo bene: testo parlato. Il passo, dicevamo, è in questo senso solamente “tecnico”: una voce tradurrà ciò che Google ha già tradotto. Lo snodo su cui si sofferma Bartezzaghi, invitando tutti noi a una riflessione scevra di tecnologismi e velocità tipicamente imposte dai tempi che corrono, sta a monte, e tocca il meccanismo stesso di traduzione.

È risaputo e logico, o per lo meno dovrebbe esserlo, che le lingue sono sistemi complessi di comunicazione che recano nel proprio bagaglio morfologico, sintattico e lessicale una serie di regole. Si potrebbe risalire alla sociologia, all’antropologia, alla semiotica, ma restiamo sul generico: la lingua è un sistema che, tramite regole che la distinguono come unica, prende in consegna il complesso e affascinante gioco della significazione. La lingua ci permette di capirci, di comunicare, di creare, e perfino di giocare. Com’è dunque possibile che un software, Google e i suoi potenti calcolatori in questo caso, faccia le veci di un essere umano, che nel proprio linguaggio riversa cultura, elemento tipicamente estraneo a un ammasso di microchip?

Venugopal spiega così l’artificio: “quando sono arrivato a Google abbiamo rivoluzionato il modo in cui venivano fatte le traduzioni. Fino ad allora anche nei siti Internet l’approccio era quello classico. Noi abbiamo scelto quello statistico. Se io chiedo: come si traduce questo in italiano?, la risposta classica sarà: applica questa regola. L’approccio statistico invece dice: non preoccuparti di fornirmi le regole, ma aiutami a produrre qualcosa che possa funzionare sempre, magari con errori, ma possa funzionare sempre”. Ovvero: Google sfrutta la sua potenza di calcolo per confrontare tutte le traduzioni esistenti di uno stesso testo. Rintraccia le parole che tornano, stabilisce connessioni. Il gioco sta tutto qui: la rapidità e la mole di dati costituiscono il trucco.

Ma ci sono anche intoppi, a cui il team della Silicon Valley sta lavorando. Alcune lingue, come l’italiano, hanno più “inflessioni”, definizione usata da Venugopal per spiegare che l’accordo tra soggetto e verbo modifica la desinenza; altre lingue ritengono pertinente l’ordine delle parole nella frase. Più sono i dati analizzati da Google, più la traduzione sarà possibile, verosimile, “raffinata”. Problema immenso allora per quelle lingue presenti in misura minore sul web, che magari hanno anche molte inflessioni e regole di sintassi. Mister Translate è quindi destinato ad appestare la categoria dei traduttori “umani”? Pare proprio di no. Per quanto Google faciliti l’immediatezza di comunicazione che risponde ai ritmi accelerati della quotidianità, il passaggio da una lingua all’altra avviene, sì, ma è un ponte di corda pronto a cedere sotto il peso delle parole e delle regole del sistema linguistico.

Trattasi di quelli che Bartezzaghi definisce “gli inganni nascosti della Babele virtuale”: errori in cui, per cause meccaniche e statistiche, cadono i traduttori virtuali. Errori in cui, secondo il linguista, saremmo indotti a cadere anche noi, sfruttatori della traduzione immediata sul web che, per la solita abitudine diffusa del non soffermarsi a riflettere, lasceremmo la porta aperta alla peste del linguaggio già individuata da Italo Calvino nella lezione sull’Esattezza (Italo Calvino, “Lezioni Americane”). Le incertezze della traduzione automatica “fanno da stampella alle nostre manchevolezze e alla nostra fretta; con la loro beffarda indifferenza alla logica del discorso ci ricordano di tenere nel giusto conto le spesso insospettabili differenze fra le lingue e di onorare la professione (così bistrattata) di traduttori e traduttrici appartenenti al genere umano”.

La questione si fa estesa: Google, le lingue, il linguaggio, la comunicazione. La Babele citata da Bartezzaghi prende tridimensionalità: ma allora viviamo davvero in un mondo intraducibile, e quindi incomunicabile? Si scende nel filosofico: “Babele ci divide – continua a spiegare Bartezzaghi – ma col dividerci ci unisce nella comune umanità. Se tutti gli uomini parlassero una lingua sola non sarebbero uomini. Sarebbero angeli: o computer”. Elogio dell’imperfezione umana? No: realismo piuttosto, che si afferma contro chi, oggigiorno, accende il computer, apre un browser, clicca Google e inserisce una frase da tradurre, credendo fiducioso che la risposta della macchina corrisponda a verità. La verità in traduzione non esiste mai, è come la perfezione: è la meta costante, collocata sempre oltre la barriera visibile dell’orizzonte. Lo sa bene chi traduce per professione: i problemi sono molti, dal fraseggio, alla struttura linguistica, a concetti sviluppati dalla cultura della lingua di origine, che nella lingua di arrivo non sono presenti, al dilemma del piano espressivo (onomatopee, rime, sonorità, giochi di parole…). Google fa statistica, e a queste difficoltà non pensa né tantomeno cerca di risolverle nel più efficace dei modi, attivando ciò che è tipicamente umano: la creatività.

Preso atto di questo passaggio imprescindibile, e meditato anche sulla necessità di portare un po’ di cultura del tradurre nelle scuole (laddove la costante attività di versioni dal latino e/o dal greco non basti ad allenare ed educare sul passaggio tra universi linguistici lontani), in anni in cui la piattaforma web fornisce qualsiasi testo in più versioni linguistiche illudendo di poter saltellare dall’una all’altra “forma” senza particolari ostacoli, Bartezzaghi fa un passo avanti:

Il vero e unico errore incomincia quando si pensa che per tradurre un testo basta passarlo da un traduttore automatico. […] Ma pensate davvero che un computer possa tradurre una frase senza averla capita? O in alternativa che possa capirla? Il problema non è l’errore: come sempre il problema è la correzione, o meglio la mancata correzione”. Da Google Translate, alla nostra lingua corrente. Perché il vero nodo della questione non è uno strumento meccanico che, come tale, non può essere perfetto, ma è il suo corretto utilizzo da parte di cervelli pensanti, affinché non prenda piede l’illusione che ciò che ci resta di più umano – la comunicazione primaria espressa con il linguaggio – sia ripetibile da un computer.

E per coltivare la lingua, non lasciarla in balia dei chip e dei pixels, Bartezzaghi chiude con la proposta di conciliare esigenze di rapidità momentanee e corretto approccio alla traduzione in un progetto di educazione che porterebbe a maggiore coscienza sui limiti del traduttore automatico, e sulle potenzialità del bagaglio linguistico. Ecco cosa scrive: “A scuola […] si potrebbe insegnare a correggere (prima ancora, a subodorare) gli errori che il computer ci induce a compiere, o a omettere di correggere. […] Si potrebbe allora dare come esercizio la correzione di una traduzione compiuta da Google Translate. Cosa che magari darebbe anche adito a utili riflessoni linguistiche e filosofiche sul fatto che una frase non è un accatastamento di parole, ma è innanzitutto una forma sintattica che dà senso a ogni singola parola grazie ai propri nessi. Quelli li percepiamo solo noi: per ora e, certo, quando ci sono”.

 

Bibliografia per chi volesse approfondire:

Calvino Italo, Lezioni americane, Mondadori, Milano, 2002;

Eco Umberto, Dire quasi la stessa cosa, Bompiani, Milano, 2007;

Munday Jeremy (a cura di), The Routledge Companion to Transation Studies, Routledge, London and New York, 2009;

Volli Ugo, Lezioni di filosofia della comunicazione, Laterza, Roma-Bari, 2008;

Zacchi Romana, Morini Massimiliano (a cura di), A.A.V.V., Manuale di traduzioni dall’inglese, Bruno Mondadori, Milano, 2002.

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