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Quando il jazz si scopre donna

Jazz is a woman, il jazz raccontato da trentanove voci femminili della scena musicale contemporanea. Questo il nuovo libro di Guido Michelone, professore di Storia della Musica Afroamericana presso il Master in Comunicazione musicale dell’Università Cattolica di Milano. Autore particolarmente prolifico, Michelone ha alle sue spalle una ricchissima produzione letteraria tra cui spiccano, solo per elencarne alcuni, Senti un pop (Marinotti, 2001), Breve storia della musica jazz (Zedde, 2009), I Simpson. Una famiglia dalla A alla Z (Bompiani, 2009), Musical, jazz e cinema. Breve introduzione alla storia dei rapporti musicali/cinema (EDUCatt, 2009), Speak jazzmen. 55 interviews with jazz musicians (EDUCatt, 2010).

Come gli ultimi due libri citati, anche Jazz is a woman è pubblicato da UNICatt, la casa editrice dell’Università cattolica di Milano, si tratta di una raccolta di interviste alle signore del jazz: dalla flautista americana Jamie Baum, alla pianista e compositrice giapponese Akiko Pavolka, per passare alle più note Puppini Sisters, Cheryl Bentyne (Manatthan Transfer) e alla bassista Esperanza Spalding, e ancora alle italiane Patrizia Scascitelli, pianista, Ada Rovatti, sassofonista, Cristina Zavalloni, cantante. Idealmente questo testo si affianca e va a completare l’altra raccolta di interviste di Michelone, Speak jazzmen, dove a essere interpellati sono invece protagonisti maschili del jazz.

 La novità del testo è evidente fin dal titolo: il jazz è una donna. Quest’affermazione sembra ribaltare il ruolo di primo piano che l’immaginario comune ha sempre attribuito agli uomini del jazz, figure ormai leggendarie come Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Miles Davis fino ad arrivare ai jazzisti contemporanei. Eppure, a pensarci bene, la donna è spesso la vera “frontmen” dei gruppi jazz: rivestendo nella maggior parte dei casi il ruolo di cantante, la donna si scopre essere colei che occupa la posizione di prima linea durante lo spettacolo. La barriera di genere è dunque sfondata?

In parte sì e in parte no, nel senso che, come dice lei, è vero che sin dagli inizi del jazz o addirittura prima, con le cantanti di blues e di gospel, la donna è protagonista e anche leader di un ensemble musicale e del progetto artistico. E già negli anni Venti appare qualche figura, come la pianista Lil Hardin – che sposerà Louis Armstrong e lo spronerà a rinnovare l’hot jazz – che si discosta dal cliché della cantante jazz un po’ femme fatale. Ma restano casi isolati, come, altro fulgido esempio, Mary Lou Williams, pianista, compositrice, band leader, che attraversa la storia del jazz dagli anni Trenta ai Settanta. Ma il ruolo della donna anche oggi continua a essere visto, più o meno simbolicamente, nell’immaginario popolare, come quello della bella ragazza che canta e seduce, nonostante aumenti il numero delle musiciste che suonano uno strumento o addirittura dirigono un orchestra (come Maria Schneider e Christine Jensen) e che affiancano gli uomini in tutto e per tutto.

Questo libro ha la particolarità di essere scritto interamente in lingua inglese. Si intravede forse il tentativo di superare, oltre alla barriera di genere, anche un ostacolo evidentemente linguistico e perfino etnico. Le donne intervistate infatti provengono dalle più diverse realtà musicali americane, europee, mondiali. A unirle sono da un lato la musica e dall’altro la lingua: è corretto parlare di jazz americano di lingua inglese, oppure ci sono altre realtà musicali non anglofone?

Il jazz è ormai un linguaggio universale esteso davvero in tutto il mondo. E in molte culture viene integrato perfettamente alle realtà locali, fino a produrne qualcosa di assolutamente nuovo e originario. Benché il jazz continui ad avere quale epicentro gli Stati Uniti (soprattutto le grandi città come New York, Chicago e Los Angeles), in altri Paesi da venti-trent’anni esiste un jazz autoctono che non ha nulla da invidiare a quello nordamericano: penso alla Francia anzitutto (storicamente la prima nazione jazzistica dopo gli USA), poi alla Scandinavia e al Nord Europa in genere, ma anche all’Italia, alla Spagna, i Balcani, al Giappone, al Brasile, all’Argentina, al Sudafrica. Per quanto riguarda invece il rapporto tra jazz e lingua inglese si può dire semplicemente che l’american english sia lo slang usato da tutti sia in termini specialistici sia quando si canta una canzone (anche se qualche cantante jazz americana spesso introduce nel proprio repertorio song in lingua francese, spagnola, portoghese, persino italiana).

Molto spesso viene chiesto alle intervistate chi siano i loro miti musicali, gli idoli o i maestri. Le risposte, seppure variabilmente, sembrano tutte vertere sull’età d’oro del jazz americano, e sui grandi nomi: Stan Getz, Miles Davis, Keith Jarrett, Pat Metheny. È questa la sola origine del jazz, oppure ciò che porta una donna a fare suo questo tipo di musica deriva piuttosto da esperienze e vicende personali?

Le mie interviste, salvo rare eccezioni, anche se l’età delle donne non si dovrebbe mai dire, sono tutte trentenni, quarantenni, massimo cinquantenni, dunque appartenenti a generazioni che hanno convissuto – come epoca e come immaginario – con il jazz della neomodernità dal cool al post-free e quindi i nomi che si fanno sono quelli. Poi, storicamente parlando, il canto jazz ha sempre guardato ai modelli stilistici degli strumentisti, nel senso che già Billie Holiday o Sarah Vaughan, sessant’anni fa, ammettevano che i loro ispiratori erano ad esempio il sax tenore di Lester Young invece di un’altra vocalist. Inoltre i musicisti che ha citato – Getz, Davis, Jarrett, Metheny – curiosamente hanno tutti un approccio delicato, raffinato, educato alla materia sonora e questo risponde al fatto che anche l’approccio delle donne al canto jazz per la maggior parte dei casi sia altrettanto dolce, tenue, romanticheggiante.

C’è un filo che lega tutte le interviste, ed è una domanda ricorrente “cos’è il jazz per te?”. Mi sembra di leggere qui una sorta di chiave di lettura per questo testo: la domanda infatti è tra le più semplici e al tempo stesso complesse, ogni intervistata risponde in modo profondamente differente e soggettivo, quasi come se l’essenza del jazz restasse un segreto sfuggente. Ma la donna, si sa, è essa stessa un essere sfuggente. È forse un paragone troppo azzardato?

Non saprei e sinceramente non amo molto le disquisizioni sull’identità femminile o su quella maschile. Credo che la differenza sessuale abbia conseguenze in molti aspetti della vita non solo quotidiana, anche in quella artistica, ma non è ancora scientificamente provata l’esistenza ad esempio di una scrittura femminile o di una musica femminile rispetto a quelle maschili. Se ipoteticamente si leggesse un romanzo cancellando in copertina l’autore o l’autrice, sarebbe difficile (io credo ‘impossibile’!) dire se sia scritto da un uomo o da una donna. E vale anche per la musica, per il jazz! Sfido chiunque ad ascoltare su disco ad esempio un brano della sassofonista tedesca Jutta Hipp o della trombonista afroamericana Melba Liston della fine degli anni Cinquanta e a dire se erano o meno donne: sono in tutto e per tutto musiche simili all’hard bop (movimento maschile) allora imperante! Ma vale anche per la musica di oggi: se facessi ascoltare l’ultimo CD della pianista romana Stefania Tallini…

Questa raccolta di interviste ha il pregio di tutte le raccolte corali di opinioni, quello cioè di mettere in luce come il jazz sia una specie di grande mare – così lo definiva Langston Hughes, poeta afroamericano, tra i primi a utilizzare il jazz in letteratura -, un universo unico e a suo modo oggettivo, tenuto insieme però da tante diverse componenti soggettive. Lo sguardo e la musica di ogni donna del jazz può essere considerato una piccola onda di questo grande e affascinante mare, cosa ne pensa?

Direi anche qualcosa in più,per usare la metafora hughesiana, alle donne appartiene una bella parte di questo mare. Nel canto jazz anzitutto il contributo delle donne non solo è superiore in quantità, ma offre dagli inizi del XX secolo a oggi continue innovazioni dovute proprio all’estro femminino, al fatto forse che la voce femminile (obiettivamente diversa da quella degli uomini) forse suona meglio accanto agli strumenti musicali che i maschi (ma non solo loro) suonano. Il problema, poi, è come sempre politico: ad esempio la comunità afroamericana statunitense, in particolare fra le classi meno abbienti, è maschilista e la questione si riflette nella società: ci sono forse donne nel rap e nell’hip-hoip? Sono una rarità. Dove invece il ruolo della dona non è più subalterno, come in Olanda, Svezia o Finlandia, lì il numero di jazziste, come quello di docenti universitarie, rock girl, amministratici delegate o vigilesse del fuoco è in deciso aumento…

Jazz is a woman – Guido Michelone – UNICatt editore

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La disciplina più ridicola

 Dal momento che l’argomento ultimamente è saltato per l’ennesima volta agli onori della cronaca (vedi Ballarò dell’11/1/11), proporrei di leggere ciò che pensa riguardo le amenità del corso di laurea in Scienza delle comunicazioni (parole del Ministro Gelmini) uno che di comunicazione pare intendersene parecchio: Lorenzo Cherubini alias Jovanotti.

 “In questi giorni riflettevo sopra a una parola del nostro tempo: COMUNICAZIONE. Hanno addirittura inventato una laurea in scienza della comunicazione (ci può essere una disciplina più ridicola?). Ecco io penso che bisognerebbe superare la «comunicazione». Io credo, penso, sospetto, che l’ESSERE comunichi già di suo per cui se una cosa ha bisogno di essere comunicata è solo perché non è. La comunicazione è uno splendido gioco da fare in quanto tale. Non si può studiare come si comunica l’essere, bisogna essere, questo è il punto. Se non si è, non c’è niente da comunicare. Se poi si vuole aprire un’università per insegnare a comunicare il non essere è un’altra storia ma qui cominciano i guai perché una ragazzetta che si iscrive impara che essere non è necessario. Guai. Essere è l’unica cosa necessaria”

(Lorenzo «Jovanotti» Cherubini, Franco Bolelli, Viva tutto!, add editore, Torino, 2010, pag. 16)

Iniziamo dal nome. Mettiamoci d’accordo una volta per tutte: la comunicazione è una e una soltanto, nelle sue molteplici forme e manifestazioni, è in virtù di queste e dei diversi media in cui la comunicazione si incanala nel mondo moderno che si studia non la scienza – perché non c’è una sola scienza che ne regola il funzionamento – bensì le scienze. Scienze: roba per matematici, fisici, biologi? Questa è una delle accuse più frequenti e basata su uno stereotipo che dell’ignoranza fa la sua bandiera. Per scienza, in ambito accademico, si intende disciplina, materia (non lo invento io ma lo dice esplicitamente un qualunque dizionario dei sinonimi).

Ora, la comunicazione, questa amenità che a quanto pare fa spendere soldi inutili al governo ed è la piaga del sistema universitario italiano, è evidentemente parte integrante del mondo, da sempre. Il fatto che molte università, a partire dagli anni ’90 abbiano sentito l’esigenza di istituire un corso di laurea incentrato sullo studio delle discipline che regolano, hanno a che fare, permettono di capire e usare nel modo più adeguato la comunicazione, mi sembra significativo di una certa tendenza del mondo moderno. La tendenza di cui parlo è sotto gli occhi di chiunque stia leggendo queste righe: la comunicazione, sfruttando il progresso tecnologico che mai prima d’ora si era allargato in questa maniera, si è confermata come ambito centrale e regolatore della vita moderna. Comunicazione è questo blog; un disco di Jovanotti e la pubblicità che ne viene fatta; il video musicale di Jovanotti; il successivo concerto dove centinaia di ragazzi innalzano cellulari o macchinette digitali per creare video che saranno riversati su youtube, foto che finiranno su facebook o su flickr; è il libro di Jovanotti e Bolelli, costituito a sua volta su una serie di e-mail, scambiate tramite pc, e-mail che hanno viaggiato tra città italiane ma che hanno anche sorvolato l’oceano per arrivare negli Stati Uniti, è la casa editrice indipendente che ha deciso di pubblicarlo.

Spiace dunque apprendere che Jovanotti stesso, uno che di comunicazione dovrebbe avere capito molto vista la posizione di privilegio da cui guarda il mondo e da cui produce musica che a quanto pare “funziona” ed è apprezzata, non abbia capito niente delle amenità che la comunicazione e il suo studio in ambito accademico producono e offrono.

Le quisquilie sul nome del corso di laurea, a ben vedere, rivelano già molto sulla scarsa informazione e sulla cura – pressoché assente – riservata a un giudizio piuttosto feroce verso presidi, professori, ricercatori e studenti che da anni si impegnano per organizzare sempre al meglio i corsi di laurea nella “disciplina ridicola” e permettere a molti giovani (ovviamente si parla di gente che studia e si impegna, non dovrei neanche specificare che questo è valido per OGNI laurea, ma siccome pare a Scienze della Comunicazione si concentrino tutti gli scansafatiche del mondo universitario, preferisco ribadirlo) di intraprendere una strada consapevole nel mondo del giornalismo, della pubblicità, della comunicazione sociale e così via. Si badi bene: non ho detto che a questi giovani sarà garantito un lavoro, ho semplicemente detto che saranno persone consapevoli del mondo che si trovano di fronte.

C’è forse un assunto di base deducibile da questo brano di Jovanotti. Se un pilastro della musica pop italiana, noto in tutto il mondo (si vedano le collaborazioni con artisti stranieri, o la conferenza ad Harvard dell’anno scorso), felicemente contraddistinto da un’apertura mentale e una visione del mondo a 360 gradi rara in questo Paese, si scaglia senza mezzi termini (e come abbiamo visto con parecchia disinformazione) contro un corso di laurea che per motivi storici, sociali e di malgoverno è già bersagliato, le conseguenze sono due. La prima: chi discredita già in partenza il corso di laurea, troverà ulteriori argomentazioni per perseverare. La seconda: chi apprezza Jovanotti e contemporaneamente studia/ha studiato/lavora con la comunicazione, si troverà a un bivio: il mito musicale o la ragione del proprio percorso di conoscenza? Su questo secondo snodo vorrei soffermarmi, perché è proprio la posizione in cui ci troviamo noi di WhatAboutCom.

Partirei da una considerazione: Jovanotti sbaglia. Anche i miti possono sbagliare, ebbene sì. È un errore un po’ imbarazzante, oserei affermare, dal momento che il buon Lorenzo dice un sacco di cose profondamente “giuste” ed è tutto tranne che una persona – o meglio un artista, e quindi un comunicatore di eccellenza – superficiale.

Eppure mi sembra lampante il bisogno di comunicazione del mondo odierno, la crescita esponenziale dei mezzi di comunicazione che da fine ‘800 è andata espandendosi sempre più, e ha creato veri e propri network (cos’è facebook se non una rete di persone che sentono l’esigenza di comunicare?). A pro di Jovanotti va il fatto che questo estratto non dà ragione dei numerosi elogi alla comunicazione che Lorenzo e Bolelli scrivono: il fatto di potersi sentire via mail, vedersi via skype, avere a disposizione sterminati archivi musicali e strumentazioni, scambiarsi opinioni sui social network. Ma io credo di vedere un controsenso: perché criticare prima (a pagina 16 su circa 500) e poi, costantemente, dare prova del fatto che un insieme di discipline ritenute ridicole in realtà permea il mondo contemporaneo? È forse inutile guardare con occhio analitico a questa rivoluzione tecnologica e sociale, cercare di capirne le dinamiche, le cause, le conseguenze? Io non credo. Se lo pensassi, non sarei laureata in Scienze della Comunicazione e non starei qui a scrivere un’arringa in difesa dei miei studi, portati avanti con serietà e costanza, a discapito di quello che pensa l’opinione comune, capeggiata dal Ministro Gelmini e alimentata da opinioni non fondate come quella di Jovanotti.

Trovo assurdo parlare di superamento della comunicazione. Ci viviamo dentro, ci facciamo i conti dal mattino alla notte: radio, giornali, tv, internet…Ognuno di questi mezzi ha un linguaggio specifico, precise regole che ne dominano il modo di fare comunicazione. L’essere non comunica già di suo, o meglio, sì, l’uomo è un animale sociale contraddistinto da un sistema linguistico complesso che gli permette la comunicazione già in natura, ma nel mondo di oggi questo non basta più. Se l’essere comunicasse già di suo e basta, Jovanotti sarebbe allo sbando, senza regole, senza norme a regolamentazione della sua produzione artistica, probabilmente non esisterebbero i suoi dischi così come il mercato ce li ha fatti intendere, e come ce li aspettiamo.

Ah, perché c’è una forma, sotto ai dischi, e in generale sotto a ogni specifica tipologia di comunicazione? Esattamente. L’essere comunica, ma questo flusso subisce una sorta di secondo livello di “regolamentazione”: questa è la comunicazione che studiano i corsi di laurea, a dimostrazione che sì, si può studiare come si comunica l’essere.

Davanti a un panorama del genere, l’argomentazione pseudo-ontologica di Jovanotti non regge: non c’è niente da comunicare se non si è. Eppure succede: i giornali escono, la televisione trasmette, le dinamiche di mercato e l’opinione pubblica fanno da linfa a tutto questo. Se non dovessimo più insegnare come si comunica il non essere, nessuna scuola di giornalismo avrebbe più senso di esistere, nessun corso di laurea in comunicazione. Il mondo sarebbe abitato da persone inconsapevoli, plagiate da una minoranza che fa la comunicazione e che rende tutti gli altri schiavi di questa finta realtà, a loro insaputa. Montanelli e tutti i grandi del giornalismo si stanno ribaltando nella tomba o sulla sedia. (si veda W. Lippman, “L’opinione pubblica”) Chi si iscrive a Scienze della Comunicazione con convinzione, serietà e obiettivi precisi (questo, ancora una volta, vale per qualsiasi laurea, solo che uno non motivato non si iscrive a matematica perché sarebbe cacciato fuori alla seconda lezione, l’ambito comunicativo invece è così ricco e molteplice che diventa la maschera per molti nullafacenti.  Ma si tratta di un problema sociale, anche se nuoce a chi si impegna. I conti torneranno una volta confrontati gli iscritti e i laureati, e ancora di più una volta entrati nel mercato del lavoro) scoprirà che talvolta essere non è necessario, perché esiste comunicazione che per motivi per lo più economici non “è”, si basa sul niente, ma imparerà anche che il mondo oggi funziona così, imparerà ad arginare questa deriva e a difendersene. Imparerà a conoscere il nemico e al contempo, per mero utilitarismo, a trovare un posto di lavoro. La comunicazione tocca anche il non essere, ed è per questo che ne va incentivato lo studio, ancora di più.

Infine, ultima considerazione su quella che ritengo una scivolata momentanea di Jovanotti. Si parla di una generica “ragazzetta”: perché non una studentessa o uno studente, una donna o un uomo? Perché il femminile e il diminutivo? Chi si iscrive a un corso di laurea esce da una scuola superiore, è maggiorenne, ha superato un esame di maturità e intuisce già come funziona la comunicazione, deve affinare le conoscenze del panorama molteplice che l’oggi offre. Ma c’è lo stereotipo. Ormai è manifesta ed evidente la presenza in Italia del classico pensiero stereotipato “ah, tu fai scienze delle merendine, non sai neanche cosa voglia dire studiare, non leggi, non apri un libro, ti regalano dei 30, sarai un disoccupato, il tuo obiettivo nella vita è fare la velina o l’attricetta di fiction”. Non è così. E se qualche stupido esempio alimenta la diceria, io mi pongo a difesa della massa di studenti che restano, studenti universitari come tutti gli altri, quelli che si iscrivono a ingegneria, a matematica, ma anche a lettere antiche e filosofia.

Prima di parlare informatevi. Su cosa siamo, cosa facciamo, chi sono i nostri docenti. Non escono solo veline laureate, esistono professionisti: giornalisti responsabili, autori televisivi o radiofonici che hanno qualcosa da dire, esperti di comunicazione aziendale e sistemi informatici applicati alla comunicazione. Senza di loro il mondo di oggi si troverebbe svantaggiato, o forse neanche sarebbe così come lo vediamo. Queste persone non avranno magari le conoscenze approfondite di un economista o di un informatico, ma hanno piena consapevolezza di un panorama molto più vasto, che offre mille spunti, mille appigli, e sapranno tenere conto di tutte le variabili in gioco: il mercato, la società, le aziende, i consumatori, la concorrenza e così via.

Che poi in Italia tutto questo non funzioni per i motivi di cui sopra, non rende valido l’appellativo di disciplina ridicola. È come darsi la zappa sui piedi da parte di un artista che è tale anche grazie alle meccaniche comunicative: il marketing legato a dischi e concerti, il cinema, la rete – come dimenticarla – i movimenti ambientalisti che supporta e che necessitano di uffici stampa e esperti in comunicazione per diffondere notizie, la possibilità di ascoltare musica e scaricare dal web, comprare, stare seduti a casa ed essere in collegamento con gli Stati Uniti.

Jovanotti, mi dispiace, ma non hai capito niente nemmeno tu. Se fosse in mio potere, ti inviterei volentieri a passare qualche giorno in varie università dove è istituito il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, per renderti conto che non sono merendine, che non ci si girano i pollici, ma si studia il mondo che ci scorre intorno. È così ridicolo, sarcasticamente ameno, inutile?

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Il futuro è di chi lo sa vedere

“We have brainwashed two generations through television to have nothing and to expect nothing, and so they want nothing” Francis Ford Coppola

 Quelli che avevano vent’anni nel 1970 sentivano, netta, la sensazione che il loro futuro sarebbe stato migliore di quello dei loro genitori: più felice e opulento, e creative. In alcuni casi (per esempio il mio) non era affatto vero, ma questa era la percezione del tempo. Ora è esattamente il contrario. Solo una porzione minima «vede» un qualche futuro (lo conferma autorevolmente una ricerca condotta da LaPolis per l’università di Urbino, ma bastava chiedere in giro), la stragrande maggioranza degli under 30 si riconosce piuttosto nella tetra vecchia formula punk:  «No future».

Ho spesso pensato che ambedue queste «percezioni» potessero essere erronee, se non altro dal punto di vista «strutturale». Infatti noi ventenni del 1970 stavamo vivendo il declino di un’epoca, quella della civiltà industriale, o meglio forse ne stavamo godendo l’apogeo (l’«età dell’oro», secondo lo storico Eric J. Hobsbawm: quel lungo processo in cui, dalla fine del secondo conflitto mondiale alla metà degli anni Settanta, le imprese aumentavano costantemente i loro profitti e contestualmente la popolazione migliorava il proprio tenore di vita), cui inevitabilmente segue il declino. Mentre i ventenni di oggi stanno vivendo l’alba di un’epoca, quella della «società dell’informazione», che di certo presenta immensi problemi e uno stressante livello di competitività ma offre anche immense opportunità, raramente menzionate e ancor meno esplorate: l’accesso al mondo si è teoricamente aperto, si tratta di scovare il pertugio da cui entrare.

Vero è che nel corso degli ultimi decenni i progetti collettivi – i «grandi racconti», per dirla con Jean-François Liotard – si sono dissolti, sono svaniti, lasciando le persone a una solitudine sconosciuta in passato. Si sono oscurati gli orizzonti politici, laddove la mancanza di nuove idee è stata progressivamente sostituita dal prevalere di interessi personali e particolari (il turbocapitalismo affermatosi negli anni Ottanta non è una idea, anzi: è primitivo, ferino).

Nell’incapacità di definire nuovi valori ci si è rifugiati in quelli antichi, magari malintesi. Prendiamo per esempio l’«anzianità»: il miglioramento della propria posizione sociale viene affidato al fatto che si invecchia. Non è un gran che…E infatti in quegli anni Sessanta-Settanta di cui sopra era considerato un obbrobrio: vedere al riguardo la ricca filmografia del free cinema inglese, cioè i vari Ricorda con rabbia, La solitudine del maratoneta, Sabato sera, domenica mattina, ecc. L’imperativo era «progredire», ma non solo con l’età, semmai con la conoscenza e l’affinamento degli strumenti, e da ciò far discendere il progresso sociale.

Alcuni sostengono la necessità di riscrivere il vocabolario della politica. Parrebbe una buonissima idea. Come prima parola su cui concentrarsi suggerisco, sommessamente, «lavoro». Non v’è che non veda che, piaccia o meno, aumenteranno le possibilità per i freelance di ogni razza e tipo; assai meno probabili saranno i casi di chi manterrà lo stesso impiego dall’apprendistato alla pensione.

Nel mondo musicale «classico», soprattutto in Italia, il personale delle orchestre è generalmente stabile, raramente libero professionista. Posso aggiungere che quando in proposito intervistai, anni fa, l’allora responsabile governativo della cultura Antonio Maccanico, candidamente rispose: «il fatto che prevalga il rapporto di lavoro subordinato anche in campo artistico è stravagante: dovrebbero essere rapporti di natura professionale. Tutto ciò ha creato una situazione malsana, che getta una luce sinistra su tutta la nostra organizzazione culturale». E infatti nel campo artistico dovrebbero prevalere i dati qualitativi, non quelli sindacali, peraltro magnificamente descritti da Federico Fellini in Prova d’orchestra («T’ho detto che in clarinettista solo nun te lo posso da’: o te ne prendi quattro o nun se fa gniente»).

Il jazz, come spesso gli capita, è tutta un’altra storia: se il futuro sarà terra non di lobotomizzati televisivi ma di avventurosi cosmopoliti, i jazzisti ci si troveranno a casa; per un musicista di jazz, poi, mettere insieme i contribuiti pensionistici è impresa ben più ardua che non la ricerca del mitico «accordo perduto» (copyright Jimmy Durante).

E c’è anche un’altra lezione che dal jazz si può apprendere. In un mondo sempre più globalizzato (ripeto, piaccia o meno), ma per aspetti sempre più omogeneo, verosimilmente sarà avvantaggiato nella competizione chi riuscirà a produrre qualità e, soprattutto, originalità, che è poi una delle materie prime del jazz.

Nei primi anni Novanta mi capitò di realizzare a Ravenna un workshop del violoncellista olandese Ernst Reijseger. Stante la natura dello strumento, la maggior parte degli allievi proveniva da conservatori, o più in generale dall’ambito «classico». Fra molti insegnamenti tecnici ed espressivi, Reijseger ne dispensò anche uno, per così dire, di sopravvivenza nella carriera. Disse ai suoi studenti: «Di aspiranti violoncellisti di fila ce ne sono un milione, e di posti nelle orchestre pochi; di matti che improvvisano come me invece ne circolano pochissimi, quindi ci sono maggiori possibilità, c’è più mercato». E che gli olandesi si intendano di mercato non c’è davvero da dubitare, perlomeno dal XVII secolo…

Dedicato a tutti quelli che avevano vent’anni nel 2010, con i più sinceri auguri.

Editoriale, di Filippo Bianchi, in Musica jazz, N. 12, dicembre 2010

Stefano Bollani

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