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Diversamente bello, diversamente donne.

Una serie di riflessioni si sono fatte strada nei miei pensieri in questi ultimi giorni, un po’ dovute all’atmosfera che si respira in questo delicato periodo di sommovimenti sociali, un po’ frutto di spunti creativi dovuti a letture presenti e passate. Motore del mio sconvolgimento interiore di cui voglio rendervi partecipi sono state principalmente le parole della scrittrice Mariapia Veladiano, intervistata in occasione dell’uscita della sua opera prima La vita accanto. Un libro sulla bruttezza, l’emarginazione, il rifiuto, dallo stile diretto e raffinato che ha vinto il Premio Calvino 2010.

Eccone uno stralcio:
Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. Nessuna razionalità intatta con cui analizzarla. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire.

Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il decollété bordato di velluto, le piacerebbe più di quello blu, elegante e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o andare allo stadio o fare il cammino di Santiago di Compostella o nuotare in piscina o al mare. Il possibile di una donna brutta è così ristretto da strizzare il desiderio. Perché non si tratta solo di tenere conto della stagione, del tempo, del denaro come per tutti, si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo.


Io sono brutta. Proprio brutta.


Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà. Ho tutti i pezzi al loro posto, però appena più in là, o più corti, o più lunghi, o più grandi di quello che ci si aspetta. Non ha senso l’elenco: non rende. Qualche volta, quando voglio farmi male, mi metto davanti allo specchio e passo in rassegna qualcuno di questi pezzi: i capelli neri ispidi come certe bambole di una volta, l’alluce camuso che con l’età si è piegato a virgola, la bocca sottile che pende a sinistra in un ghigno triste ogni volta che tento un sorriso. E poi sento gli odori. Tutti gli odori, come gli animali.

Duecento pagine sul “dolore di non essere accolti, di non avere un posto nella vita” così commenta l’autrice parlando del cuore del libro.

La vita accanto“Non c’è vita se qualcuno non ci prepara un posto e non ci chiama per nome. […]Ma quando l’infelicità si è così sedimentata in noi da abitare i desideri e i pensieri, la paura prevale su tutto. Sogno e illusioni in questo caso sono crudelissimi, perché quando finiscono si cade più in basso di prima.” E se le si chiede come è nato questo libro Mariapia risponde: “Credo che sia affiorato, nella mia più totale inconsapevolezza, qualcosa che è legato al mio vivere a scuola […]A scuola talvolta, e oggi più di un tempo, si incontrano delle figure di ‘vinti’. Le chiamo così perché sono intrise di un senso di sconfitta che si esprime nei gesti incerti, nelle parole che non trovano il suono, nelle spalle spillate dagli sguardi del mondo. Spesso sono ragazze che si percepiscono brutte a prescindere dal loro reale aspetto. Poi si scopre che dietro c’è altro, dolori grandi che non sanno raccontare e liberare. È così anche per Rebecca” la protagonista del libro “Lei è brutta davvero, questo eccesso di bruttezza può essere l’aspetto letterario della cosa, ma dietro c’è altro. Lei porta in sé il dolore della madre. La cultura della bellezza abbagliante e ostentata non aiuta a vedere la verità delle persone. La bellezza oggi è una maschera tremenda. È cercata ossessivamente, ostentata, celebrata, divinizzata. Un idolo di carta, usa e getta, perché il canone, in termini di età, misure, levigatezza dell’immagine, è tale che dura pochissimo e, se dietro c’è il nulla, finita quella bellezza non resta niente”.
Questi concetti mi sembrano più che mai attuali all’indomani della mobilitazione delle donne scese in piazza per esprimere il loro sdegno verso un certo tipo di “personaggio femminile” che fa della sua bellezza l’unico vanto, se non lo strumento per ottenere successo facile. La superficie sembra essere diventata l’oggetto principe di tavole rotonde dai toni esacerbanti, onnipresenti su ciascun prodotto mediale, dalla televisione al quotidiano. E se addirittura le pagine dei cosiddetti quotidiani seri, che dovrebbero essere il baluardo della nostra cultura, si tingono di rosa diventando i peggiori diffusori di gossip a buon mercato dove possiamo ambire di trovare la pura informazione senza contaminazioni?


Se non ora quando? È un motto per dire che è giunto il momento di reagire al culto della bellezza abbagliante e andare più a fondo per scoprire la verità delle persone, soprattutto di noi donne. È una causa senza colore né bandiera, che non deve essere strumentalizzata ma solo percepita per ciò che rappresenta: un grido di denuncia. Non possiamo permetterci di regredire, di essere etichettate ed etichettare. Perché rischieremmo di cadere nella bruttura indecente di ciò che più di tutto aborriamo, lo stereotipo. Invece dovremmo scoprire le mille sfaccettature dell’io, aprirci al diverso, al brutto. Per fare questo ci vengono in aiuto grandi maestri della letteratura italiana e straniera che ci presentano punti di vista interessanti.

Il fascino della bruttezza è stato indagato da più di un autore in letteratura, da Umberto Eco che ha fatto di Storia della bruttezza il contraltare del suo precedente libro Storia della bellezza fornendo con humour sagace esempi del brutto attraverso i secoli e arricchito il volume di meravigliose illustrazioni tali da far esclamare “Com’è bella la bruttezza!”. L’orrido spesso attrae, come il Frankenstein di Mary Shelley o la Fosca di Iginio Ugo Tarchetti. È poi inevitabile che una persona considerata brutta affini altre doti che le permettono di conquistare la sua parte di mondo, pensiamo al Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. E torniamo così a Rebecca eroina che trova il suo riscatto nella musica, che le regala una voce, le permette di essere ascoltata, le dona un’esistenza oltre il visibile. La musica tocca le corde profonde dell’anima che prescindono da ogni apparenza, stimola un senso, l’udito, meno velleitario e fuggevole della vista. Nella musica Rebecca trova il coraggio di vivere una vita da “diversamente bella”, ricucendo nota dopo nota la voragine di silenzio che è stata la sua infanzia.

Letture consigliate:

Umberto Eco, Storia della bruttezza, Bompiani, Milano, 2007 pp.456

Mary Shelley, Frankenstein, Penguin Classics, London, 1985 pp.289

Igino Ugo Tarchetti, Fosca, Mondadori Oscar Classici, Milano, 2002 pp.192

Edmond Rostand, Cyrano de Bergerac, Feltrinelli, Milano, 2009 pp.285

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Mario Monicelli: il male di vivere, il coraggio di morire.

”Si’, la vita e’ una bella avventura, tanto bella ma quella che io sto vivendo adesso pero’ e’ una avventura di merda, un’avventura schifosa che non vorrei vivere”


Sono le parole di Mario Monicelli, parole forti di un artista coraggioso. Fino alla fine. Quando arriva il momento di affrontare il mondo senz’aria che gli si stringe attorno, armato di quel coraggio disperato di chi capisce che così non si può vivere, che c’è qualcosa di immensamente sbagliato nel fisico provato come nella società di ieri e di oggi. La rinuncia, la resa, la passività. La debolezza di lasciar scorrere gli eventi. Un uomo non è tale se non ricerca con tutto se stesso la rivoluzione e il riscatto, ma il riscatto richiede sacrifici.

Lucido, a novantacinque anni si concede la libertà di decidere di non perdere la dignità di fronte alla malattia. Non vuole chinare il capo, sottomettersi al Tristo Mietitore incappucciato che lo attende affilando la sua falce giorno dopo giorno, così si toglie la vita buttandosi dalla finestra dell’ospedale in cui è ricoverato. Ormai ruscello strozzato, foglia riarsa, cavallo stramazzato, in una fredda sera d’inverno precipita sulla terra per potersi levare in cielo come falco e nuvola lontano dalla sofferenza, come un novello Pier della Vigna.

Una scelta coerente con il percorso dell’autore laico per eccellenza, colui che ritiene la speranza “una trappola inventata dai padroni” che non attende la ricompensa dell’aldilà ma preferisce essere fautore del proprio destino.

Nessuna parola d’addio da parte sua, mentre i commenti di amici e colleghi si susseguono numerosi nell’ora del cordoglio:

Aurelio De Laurentiis “Io che lo conoscevo profondamente e sapevo della sua grande dignità e del suo desiderio di essere sempre indipendente e autonomo, posso capire questo gesto”.

Michele Placido “Me la ricordo bene quell’esperienza, era una persona di grande energia e nessuno riusciva a stargli dietro. Cinque giorni fa lo avevo chiamato e mi aveva invitato a fare uno spettacolo per i terremotati de L’Aquila. Era così, anche molto generoso”

Giovanni Veronesi “una cosa va detta: non ho mai sentito nessuno che si suicida a novantacinque anni. Era davvero speciale. Sono davvero scombussolato, l’avevo sentito poco tempo fa e pur sapendo che era all’ospedale, non lo sono mai andato a trovare. Peccato”.

Una stella che ha lasciato la scia nel firmamento dei grandi e nel cuore dell’uomo comune, da lui ereditiamo più di una sessantina di perle cinematografiche e altrettante sceneggiature capaci di cogliere l’essenza dell’italianità attraverso le più importanti fasi storiche. Non sarebbe giusto passare sotto silenzio i successi di una vita spesa nell’arte.

Nato a Viareggio il 16 maggio del 1915, si laurea in Storia e filosofia a Pisa. Esordisce come regista nel 1934 quando insieme al cugino e amico Alberto Mondadori gira il cortometraggio Cuore rivelatore e il mediometraggio muto I Ragazzi della via Paal che vince il primo premio nella sezione “passo ridotto” della Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1937, sotto lo pseudonimo di Michele Badiek, dirige il suo primo lungometraggio Pioggia d’estate. Giacomo Gentilomo lo vuole come aiuto regista nel film La granduchessa si diverte. Dal 1940 al 1943 è nella cavalleria dell’esercito italiano, ma riesce a scampare la carriera militare grazie all’amico Riccardo Freda. Conosce Stefano Vanzina con cui scrive Aquila Nera, per la regia di Freda, e sceneggia Come persi la guerra. Con Vanzina nasce un sodalizio sostenuto dal consenso di produttori e pubblico: insieme a Steno nel 1949 sceneggia Totò cerca casa, nel 1950 Vita da cani e E’arrivato il cavaliere, nel 1951 Totò e i re di Roma. Sempre nel 1951 Guardie e ladri vince il premio come miglior sceneggiatura a Cannes. Nel 1953 gira da solo Totò e Carolina, il film bloccato dalla censura esce solo nel 1955 e in seguito viene proibito. Il 1955 è anche l’anno della collaborazione con Sordi nel film Un eroe dei nostri tempi, con Padri e figli vince l’Orso d’argento nel cast Aldo Fabrizi e una giovanissima Gina Lollobrigida. L’anno dopo, 1956, esce I soliti ignoti che vince il Nastro d’Argento come miglior sceneggiatura. Con Anna Magnani e Totò gira Risate di Gioia e, grazie all’aiuto del produttore Carlo Ponti, Renzo e Lucia un episodio di Boccaccio ’70. Del 1963 è I compagni con Bernard Blier, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Annie Girardot e per la prima volta sugli schermi Raffaella Carrà.

Nel 1966 L’armata Brancaleone prodotto da uno scettico Mario Cecchi Gori si rivela uno straordinario successo. Nel 1968 Monica Vitti è la brillante protagonista di La ragazza con la pistola, l’anno successivo arriva Brancaleone alle crociate.

Gli anni ’70 vedono un successo dopo l’altro: Romanzo popolare con Ugo Tognazzi e l’esordiente Ornella Muti, Amici Miei dal cast stellare (Tognazzi, Noiret, Celi, Moschin), Un borghese piccolo piccolo con Sordi in versione drammatica, due episodi ne I nuovi mostri (First Aid e Autostop), Signori e signore buonanotte e Viaggio con Anita con Giancarlo Giannini e Goldie Hawn.

Camera d’albergo del 1981 non ha fortuna, anche se è preludio di quel genere televisivo oggi detto “reality”, seguono Il marchese del grillo (1981) premio alla regia al Festival di Berlino, Amici miei atto II (1982), Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984), Le due vite di Mattia Pascal (1985), Speriamo che sia femmina del 1986 vincitore di due David di Donatello, al film e alla regia e di un Nastro d’Argento, I picari (1988).

Suoi il film TV La moglie ingenua e il marito malato (1989), 12 registi per 12 città (1989), Il male oscuro (1990) tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Berto, Rossini! Rossini! (1991) anno in cui vince il Leone alla carriera, Parenti serpenti (1992) dell’esordiente sceneggiatore Carmine Amoroso, Cari fottutissimi amici (1994), Facciamo paradiso (1995), Panni Sporchi (1999), Come quando fuori piove (TV, 2000), e opere con un’impronta assolutamente politica e attuale come l’episodio di Un altro mondo è possibile (2001), Lettere dalla Palestina (2002), e nel 2003 Firenze il nostro domani.
Il 15 maggio 2006 festeggia il compleanno sul set di Rose del deserto.

Il suo sguardo cinico, ironico e disincantato rivive in ogni suo film e tutte le volte che gli schermi grandi e piccoli si riempiono di quella magica luce di realismo che è riuscito a creare. Padrone della sua vita, nel bene e nel male, non è caduto mai nella retorica e ha saputo imprimere un segno indelebile nella Storia d’Italia.

Addio Maestro

Grazie della tua onesta testimonianza.

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