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Forse un giorno si dirà: italiano, “per fortuna, lo sono”

 

Un compleanno importante quello che si festeggerà il 17 marzo 2011: l’Italia, infatti, compirà 150 anni. Dopo infinite e sterili polemiche, anche sull’onda dell’entusiasmo di Benigni sul palco dell’Ariston, è stato confermato che il 17 marzo sarà per quest’anno festa nazionale, la Festa del tricolore.

Di fronte, alle voci sulla non necessità di festeggiare, sulle scelte di non prendere parte alle celebrazioni pubblicizzate da alcuni noti e meno noti esponenti politici a livello nazionale o locale, sarebbe forse auspicabile fermarsi a riflettere sul significato di una tale ricorrenza alla luce dei nostri trascorsi nazionali e pre-unitari.

L’unificazione dello stato italiano è un processo relativamente recente all’interno del contesto europeo. I motivi del ritardo italiano sono certo molteplici e legati a diversi fenomeni; particolarmente rilevante, è il peso che nella penisola hanno avuto a partire dal Medioevo (1400) le città, soprattutto “[la] città commerciale a dominanza marittima, che prospera grazie ai flussi e agli scambi” (Le Galès, p.26), la città dei mercanti. Gli Stati moderni si sono sviluppati prima nei paesi in cui le città erano meno forti, mentre, come ricorda Le Galès, “le città commerciali mediterranee, tedesche, svizzere, delle Fiandre e dei Paesi Bassi hanno resistito piuttosto a lungo alla conquista degli Stati più vasti” (Le Galès, p.25). La tendenza al campanilismo è, dunque, ben radicata nel patrimonio “genetico” italiano e ha reso, per secoli, la nostra nazione terra di conquista e d’influenza delle potenze straniere, come l’impero asburgico.

Non sono, però, mancati gli sforzi intellettuali e politico-militari a favore dell’unificazione nazionale. Ancora prima che l’unificazione politica fosse compiuta è uno scrittore italiano di indubbia fama e ingiustamente inviso a molti liceali, Alessandro Manzoni, con il suo romanzo “I promessi sposi” a tentare una sorta di unificazione linguistica a livello letterario: lui, milanese e nipote di Cesare Beccaria (l’autore del trattato “Dei delitti e delle pene”), si reca a Firenze per “risciacquar i panni in Arno”. L’unificazione linguistica popolare avverrà solo più tardi e sarà facilitata dalle guerre di trincea che vedranno gli uni vicino agli altri soldati provenienti da diverse regioni italiani, il calabrese e il lombardo, il piemontese e il pugliese, il campano e il ligure, il siciliano e il toscano, e così via. Alla luce delle fatiche affrontate da molti e della vita sacrificata da tanti nostri antenati durante le tante guerre d’indipendenza nel tentativo di fare l’Italia, ci si può chiedere come sia possibile non celebrare un tale compleanno con riconoscenza e con rispetto. Paradossalmente così come il processo di unificazione ha visto il nord Italia in prima linea in tutti i sensi, anche il coro di coloro che non intendono celebrare la ricorrenza è in gran parte “nordico”, come se alcuni avessero dimenticato o ignorassero i tempi in cui le note e i versi del “Va pensiero” venivano intonati dai loro tris-nonni.

In tempi non sospetti, Massimo d’Azeglio disse “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”; il tempo è trascorso, ma evidentemente la strada è ancora lunga e irta di ostacoli. Il federalismo non sembra certo essere la via maestra verso questo obiettivo, anche se viene spesso sbandierata come la panacea per tutti i mali nazionali. In realtà, nel corso degli ultimi anni, le parole, su questo tema, sono state spesso contraddette dai fatti: il vero federalismo, ossia quello di natura fiscale, è stato, in un certo senso, rinnegato dalla decisione di abolire l’Ici sulla prima casa senza distinzione di reddito alcuna. Scelta che ha esautorato l’autonomia fiscale degli enti locali e, con essa, la loro possibilità d’azione. Aspettiamo di vedere in pratica cosa produrrà il nuovo federalismo, quello “municipale”.

Più preoccupanti sono le dichiarazioni di chi vorrebbe, in Piemonte, privare gli studenti provenienti da fuori regione dell’accesso alle borse di studio. Da un punto di vista economico, si tratta di una visione miope: gli universitari fuori sede non solo contribuiscono a rendere la città culturalmente viva e “attrattiva”, ma portano nuove risorse, fruendo di case in affitto, cinema, teatri, bar, mercati rionali, negozi, mezzi pubblici etc. Ponendosi in un altra prospettiva, questa decisione, da una parte, danneggia i ragazzi che vivono in regioni con università meno quotate, limitando fortemente la loro libertà di scelta; dall’altra, implica la discriminazione fra individui della stessa nazionalità: mentre cadono le frontiere nazionali tra i paesi europei, vengono innalzate le frontiere tra regioni italiane.

Questo evento singolo evento è solo un esempio che richiama a una questione più ampia e molto seria: l’Italia non è un paese perfetto, molte cose non funzionano o funzionano male e dovrebbero essere migliorate, si altre ancora non possiamo andare fieri, ma ha perlomeno un patrimonio storico-artistico-intellettuale di cui si può essere ragionevolmente orgogliosi e da cui si potrebbe ripartire: allora, prendendo a prestito parole altrui, se recentemente, in risposta alle dinamiche della globalizzazione “[…] un po’ per non morire o forse un po’ per celia abbiam fatto l’Europa, facciamo anche l’Italia”! (Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano).

Dopo 150 anni, sarebbe quasi ora!

(Bibliografia: Patrick Le Galès, Le città europee, Il Mulino, Bologna, 2006)

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