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Sul “valore” di ogni disciplina

 

L’uomo, per analizzare e comprendere più profondamente la realtà di fronte ai suoi occhi, ha da sempre cercato di suddividerla e classificarla. La stessa tendenza ha caratterizzato i diversi domini di conoscenza e le diverse discipline, da quelle umanistiche a quelle scientifiche; in un tale quadro, non stupisce in alcun modo che la storia non abbia fatto eccezione.

Gli studenti seduti nei loro banchi hanno, spesso, posto una particolare domanda al loro professore: “ma a cosa serve studiare la storia?”. Una domanda, a volte, nata dalla sincera volontà di capire l’utilità di una tale materia, altre volte, ispirata dalla non tanto velata volontà di mettere in difficoltà il mal capitato docente. Alcuni hanno risposto che conoscere la propria storia aiuta a non commettere più gli errori del passato; senza alcun dubbio, una tesi affascinante, che, però, viene smentita dalla continua tendenza dell’uomo a dimenticare, a pensare “questa volta sarà diverso”, a commettere iterativamente errori quantomeno simili. Altri possono aver sottolineato il valore identitario di quello che ci ha preceduto, ovvero, noi siamo ciò che siamo in virtù di ciò che è stato prima. Forse, la storia non avrà la stessa utilità pratica della matematica, della fisica e della chimica, ma senza questa non sapremmo nemmeno dire come siamo arrivati alle scoperte scientifiche che hanno rivoluzionato le società nel corso dei millenni e dei secoli. Anche un singolo individuo senza memoria del suo vissuto è come un bambino che si muove malcerto e procede per tentativi, senza la guida di un adulto.

La storia ci aiuta a comprendere chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. La storia, prendendo in considerazione gli sviluppi umani, culturali, sociali, economici, giuridici, scientifici, artistici religiosi di una società ci offre gli elementi essenziali per spiegare, senza ricorrere a categorie quali “fato” e “destino”, come mai si sia verificato un determinato evento.Il senso di queste parole può essere veramente colto, applicando il ragionamento a un evento concreto; tra tutti quelli che si potrebbero scegliere, pensiamo sia particolarmente interessante la fine della divisione del mondo in due blocchi. Non si tratta di un singolo evento, bensì di un complesso di micro e macro eventi che hanno contribuito a modificare la visione del mondo dominante per poco meno di cinquant’anni; uno spartiacque che, proprio perché relativamente recente, appartiene in modo più o meno marcato all’esperienza personale e/o mediata di gran parte di noi. Non tutti, però, hanno vissuto questi avvenimenti con la stessa consapevolezza della loro portata, non tutti hanno avuto accesso alla stessa quantità/qualità di informazioni; sembra, quindi, interessante fare riferimento a un personaggio che, per formazione e per ruolo, può essere ritenuto un “testimone privilegiato”. Nel suo libro, “L’era della turbolenza”, Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, racconta il suo punto di vista su tutti questi eventi, con uno stile semplice, comprensibile e, a tratti, accattivante. Greenspan, nell’ottobre del 1989, viene chiamato a spiegare la finanza capitalista a una platea di economisti e banchieri sovietici e rimane stupito della profonda conoscenza dimostrata da alcuni dei presenti. Poco tempo dopo, il 9 novembre 1989, crolla il muro di Berlino. Come ricorda Greenspan, “uno dei dibattiti più importanti del XX secolo riguardava il controllo governativo desiderabile per il bene collettivo” (GREENSPAN, p.144). Si confrontavano, quindi, sia due diverse visioni del mondo, sia due diverse modelli di organizzazione economica: da una parte, il libero mercato e, dall’altra, la pianificazione centrale.

La Germania, fino al 1945, era stata una nazione unita, che condivideva una cultura, una lingua, una storia e un complesso di valori. A partire da questa base comune, si era, poi, innestata una variabile differente: il sistema politico ed economico. Sembra, quindi, ragionevole ritenere che la diversità tra la Germania Est e la Germania Ovest sia, in gran parte, imputabile al differente cammino imboccato al termine del secondo conflitto mondiale. Questo non deve, però, far cadere in una sorta riduzionismo: il modello di organizzazione economica non è una realtà a se stante che si impone sulle altre, bensì una struttura che, per il suo funzionamento, si basa su una serie di precondizioni culturali e sociali. Ciò emerge in modo evidente, se l’attenzione si sposta sul difficile passaggio dalla pianificazione al capitalismo da parte dell’URSS. Mentre, nel caso della Polonia e della Cecoslovacchia, i leader politici avevano potuto contare sull’appoggio popolare, i cittadini sovietici, in passato orgogliosi del ruolo di superpotenza della loro nazione, vivevano questi avvenimenti come un’umiliazione. A questa difficoltà, se ne aggiungono altre più concrete, come ricorda Greenspan: “[…] Erano passati troppi anni dal 1917, e quasi nessuno ricordava in prima persona la proprietà privata o aveva esperienza imprenditoriale. Non esistevano ragionieri, revisori, analisti o avvocati specializzati in diritto commerciale, nemmeno fra i pensionati. Nell’Europa dell’Est, dove il comunismo aveva regnato per quarant’anni anziché ottanta, si era potuto ristabilire un libero mercato; in Unione Sovietica lo si doveva resuscitare dall’oltretomba” (GREENSPAN, p.152).

Il crollo dell’URSS e il passaggio obbligato a un’economia di mercato è un’occasione per riflettere e per riconoscere “i fondamenti istituzionali necessari ai liberi mercati” (GREENSPAN, p.154). La trasformazione è stata sì necessaria, ma non certo automatica; le ragioni delle tante difficoltà incontrate lungo questo cammino sono legate alla “vasta rete di sostegno culturale e infrastrutturale, evolutasi per generazioni [nei paesi occidentali, comprendente]: leggi, consuetudini, norme deontologiche e professionali” (GREENSPAN, p.154).

Tutto ciò, si spera, dovrebbe aiutare a non sottovalutare mai l’importanza di determinati fattori, a non credere che alcune discipline siano inutili, solo perché prive di una immediata applicabilità tecnico-produttiva: esse costituiscono una precondizione, un retroterra necessario al funzionamento di determinate strutture e infrastrutture chiave all’interno della nostra società contemporanea. Tutte le discipline hanno un loro valore e una loro valenza pratica, anche se, in alcuni casi, è necessario avere un occhio allenato e attento che sappia svolgere un’analisi critica e non si blocchi alla pura esteriorità delle cose. Fortunatamente, ci sono ancora cammini formativi che si propongono questo fondamentale obiettivo.

(ALAN GREENSPAN, L’era della turbolenza, Sperling & Kupfer, 2007; traduzione di Dade Fasic, Andrea Mazza, Cristina Volpi, The Age of Turbolence, 2007)

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La disciplina più ridicola

 Dal momento che l’argomento ultimamente è saltato per l’ennesima volta agli onori della cronaca (vedi Ballarò dell’11/1/11), proporrei di leggere ciò che pensa riguardo le amenità del corso di laurea in Scienza delle comunicazioni (parole del Ministro Gelmini) uno che di comunicazione pare intendersene parecchio: Lorenzo Cherubini alias Jovanotti.

 “In questi giorni riflettevo sopra a una parola del nostro tempo: COMUNICAZIONE. Hanno addirittura inventato una laurea in scienza della comunicazione (ci può essere una disciplina più ridicola?). Ecco io penso che bisognerebbe superare la «comunicazione». Io credo, penso, sospetto, che l’ESSERE comunichi già di suo per cui se una cosa ha bisogno di essere comunicata è solo perché non è. La comunicazione è uno splendido gioco da fare in quanto tale. Non si può studiare come si comunica l’essere, bisogna essere, questo è il punto. Se non si è, non c’è niente da comunicare. Se poi si vuole aprire un’università per insegnare a comunicare il non essere è un’altra storia ma qui cominciano i guai perché una ragazzetta che si iscrive impara che essere non è necessario. Guai. Essere è l’unica cosa necessaria”

(Lorenzo «Jovanotti» Cherubini, Franco Bolelli, Viva tutto!, add editore, Torino, 2010, pag. 16)

Iniziamo dal nome. Mettiamoci d’accordo una volta per tutte: la comunicazione è una e una soltanto, nelle sue molteplici forme e manifestazioni, è in virtù di queste e dei diversi media in cui la comunicazione si incanala nel mondo moderno che si studia non la scienza – perché non c’è una sola scienza che ne regola il funzionamento – bensì le scienze. Scienze: roba per matematici, fisici, biologi? Questa è una delle accuse più frequenti e basata su uno stereotipo che dell’ignoranza fa la sua bandiera. Per scienza, in ambito accademico, si intende disciplina, materia (non lo invento io ma lo dice esplicitamente un qualunque dizionario dei sinonimi).

Ora, la comunicazione, questa amenità che a quanto pare fa spendere soldi inutili al governo ed è la piaga del sistema universitario italiano, è evidentemente parte integrante del mondo, da sempre. Il fatto che molte università, a partire dagli anni ’90 abbiano sentito l’esigenza di istituire un corso di laurea incentrato sullo studio delle discipline che regolano, hanno a che fare, permettono di capire e usare nel modo più adeguato la comunicazione, mi sembra significativo di una certa tendenza del mondo moderno. La tendenza di cui parlo è sotto gli occhi di chiunque stia leggendo queste righe: la comunicazione, sfruttando il progresso tecnologico che mai prima d’ora si era allargato in questa maniera, si è confermata come ambito centrale e regolatore della vita moderna. Comunicazione è questo blog; un disco di Jovanotti e la pubblicità che ne viene fatta; il video musicale di Jovanotti; il successivo concerto dove centinaia di ragazzi innalzano cellulari o macchinette digitali per creare video che saranno riversati su youtube, foto che finiranno su facebook o su flickr; è il libro di Jovanotti e Bolelli, costituito a sua volta su una serie di e-mail, scambiate tramite pc, e-mail che hanno viaggiato tra città italiane ma che hanno anche sorvolato l’oceano per arrivare negli Stati Uniti, è la casa editrice indipendente che ha deciso di pubblicarlo.

Spiace dunque apprendere che Jovanotti stesso, uno che di comunicazione dovrebbe avere capito molto vista la posizione di privilegio da cui guarda il mondo e da cui produce musica che a quanto pare “funziona” ed è apprezzata, non abbia capito niente delle amenità che la comunicazione e il suo studio in ambito accademico producono e offrono.

Le quisquilie sul nome del corso di laurea, a ben vedere, rivelano già molto sulla scarsa informazione e sulla cura – pressoché assente – riservata a un giudizio piuttosto feroce verso presidi, professori, ricercatori e studenti che da anni si impegnano per organizzare sempre al meglio i corsi di laurea nella “disciplina ridicola” e permettere a molti giovani (ovviamente si parla di gente che studia e si impegna, non dovrei neanche specificare che questo è valido per OGNI laurea, ma siccome pare a Scienze della Comunicazione si concentrino tutti gli scansafatiche del mondo universitario, preferisco ribadirlo) di intraprendere una strada consapevole nel mondo del giornalismo, della pubblicità, della comunicazione sociale e così via. Si badi bene: non ho detto che a questi giovani sarà garantito un lavoro, ho semplicemente detto che saranno persone consapevoli del mondo che si trovano di fronte.

C’è forse un assunto di base deducibile da questo brano di Jovanotti. Se un pilastro della musica pop italiana, noto in tutto il mondo (si vedano le collaborazioni con artisti stranieri, o la conferenza ad Harvard dell’anno scorso), felicemente contraddistinto da un’apertura mentale e una visione del mondo a 360 gradi rara in questo Paese, si scaglia senza mezzi termini (e come abbiamo visto con parecchia disinformazione) contro un corso di laurea che per motivi storici, sociali e di malgoverno è già bersagliato, le conseguenze sono due. La prima: chi discredita già in partenza il corso di laurea, troverà ulteriori argomentazioni per perseverare. La seconda: chi apprezza Jovanotti e contemporaneamente studia/ha studiato/lavora con la comunicazione, si troverà a un bivio: il mito musicale o la ragione del proprio percorso di conoscenza? Su questo secondo snodo vorrei soffermarmi, perché è proprio la posizione in cui ci troviamo noi di WhatAboutCom.

Partirei da una considerazione: Jovanotti sbaglia. Anche i miti possono sbagliare, ebbene sì. È un errore un po’ imbarazzante, oserei affermare, dal momento che il buon Lorenzo dice un sacco di cose profondamente “giuste” ed è tutto tranne che una persona – o meglio un artista, e quindi un comunicatore di eccellenza – superficiale.

Eppure mi sembra lampante il bisogno di comunicazione del mondo odierno, la crescita esponenziale dei mezzi di comunicazione che da fine ‘800 è andata espandendosi sempre più, e ha creato veri e propri network (cos’è facebook se non una rete di persone che sentono l’esigenza di comunicare?). A pro di Jovanotti va il fatto che questo estratto non dà ragione dei numerosi elogi alla comunicazione che Lorenzo e Bolelli scrivono: il fatto di potersi sentire via mail, vedersi via skype, avere a disposizione sterminati archivi musicali e strumentazioni, scambiarsi opinioni sui social network. Ma io credo di vedere un controsenso: perché criticare prima (a pagina 16 su circa 500) e poi, costantemente, dare prova del fatto che un insieme di discipline ritenute ridicole in realtà permea il mondo contemporaneo? È forse inutile guardare con occhio analitico a questa rivoluzione tecnologica e sociale, cercare di capirne le dinamiche, le cause, le conseguenze? Io non credo. Se lo pensassi, non sarei laureata in Scienze della Comunicazione e non starei qui a scrivere un’arringa in difesa dei miei studi, portati avanti con serietà e costanza, a discapito di quello che pensa l’opinione comune, capeggiata dal Ministro Gelmini e alimentata da opinioni non fondate come quella di Jovanotti.

Trovo assurdo parlare di superamento della comunicazione. Ci viviamo dentro, ci facciamo i conti dal mattino alla notte: radio, giornali, tv, internet…Ognuno di questi mezzi ha un linguaggio specifico, precise regole che ne dominano il modo di fare comunicazione. L’essere non comunica già di suo, o meglio, sì, l’uomo è un animale sociale contraddistinto da un sistema linguistico complesso che gli permette la comunicazione già in natura, ma nel mondo di oggi questo non basta più. Se l’essere comunicasse già di suo e basta, Jovanotti sarebbe allo sbando, senza regole, senza norme a regolamentazione della sua produzione artistica, probabilmente non esisterebbero i suoi dischi così come il mercato ce li ha fatti intendere, e come ce li aspettiamo.

Ah, perché c’è una forma, sotto ai dischi, e in generale sotto a ogni specifica tipologia di comunicazione? Esattamente. L’essere comunica, ma questo flusso subisce una sorta di secondo livello di “regolamentazione”: questa è la comunicazione che studiano i corsi di laurea, a dimostrazione che sì, si può studiare come si comunica l’essere.

Davanti a un panorama del genere, l’argomentazione pseudo-ontologica di Jovanotti non regge: non c’è niente da comunicare se non si è. Eppure succede: i giornali escono, la televisione trasmette, le dinamiche di mercato e l’opinione pubblica fanno da linfa a tutto questo. Se non dovessimo più insegnare come si comunica il non essere, nessuna scuola di giornalismo avrebbe più senso di esistere, nessun corso di laurea in comunicazione. Il mondo sarebbe abitato da persone inconsapevoli, plagiate da una minoranza che fa la comunicazione e che rende tutti gli altri schiavi di questa finta realtà, a loro insaputa. Montanelli e tutti i grandi del giornalismo si stanno ribaltando nella tomba o sulla sedia. (si veda W. Lippman, “L’opinione pubblica”) Chi si iscrive a Scienze della Comunicazione con convinzione, serietà e obiettivi precisi (questo, ancora una volta, vale per qualsiasi laurea, solo che uno non motivato non si iscrive a matematica perché sarebbe cacciato fuori alla seconda lezione, l’ambito comunicativo invece è così ricco e molteplice che diventa la maschera per molti nullafacenti.  Ma si tratta di un problema sociale, anche se nuoce a chi si impegna. I conti torneranno una volta confrontati gli iscritti e i laureati, e ancora di più una volta entrati nel mercato del lavoro) scoprirà che talvolta essere non è necessario, perché esiste comunicazione che per motivi per lo più economici non “è”, si basa sul niente, ma imparerà anche che il mondo oggi funziona così, imparerà ad arginare questa deriva e a difendersene. Imparerà a conoscere il nemico e al contempo, per mero utilitarismo, a trovare un posto di lavoro. La comunicazione tocca anche il non essere, ed è per questo che ne va incentivato lo studio, ancora di più.

Infine, ultima considerazione su quella che ritengo una scivolata momentanea di Jovanotti. Si parla di una generica “ragazzetta”: perché non una studentessa o uno studente, una donna o un uomo? Perché il femminile e il diminutivo? Chi si iscrive a un corso di laurea esce da una scuola superiore, è maggiorenne, ha superato un esame di maturità e intuisce già come funziona la comunicazione, deve affinare le conoscenze del panorama molteplice che l’oggi offre. Ma c’è lo stereotipo. Ormai è manifesta ed evidente la presenza in Italia del classico pensiero stereotipato “ah, tu fai scienze delle merendine, non sai neanche cosa voglia dire studiare, non leggi, non apri un libro, ti regalano dei 30, sarai un disoccupato, il tuo obiettivo nella vita è fare la velina o l’attricetta di fiction”. Non è così. E se qualche stupido esempio alimenta la diceria, io mi pongo a difesa della massa di studenti che restano, studenti universitari come tutti gli altri, quelli che si iscrivono a ingegneria, a matematica, ma anche a lettere antiche e filosofia.

Prima di parlare informatevi. Su cosa siamo, cosa facciamo, chi sono i nostri docenti. Non escono solo veline laureate, esistono professionisti: giornalisti responsabili, autori televisivi o radiofonici che hanno qualcosa da dire, esperti di comunicazione aziendale e sistemi informatici applicati alla comunicazione. Senza di loro il mondo di oggi si troverebbe svantaggiato, o forse neanche sarebbe così come lo vediamo. Queste persone non avranno magari le conoscenze approfondite di un economista o di un informatico, ma hanno piena consapevolezza di un panorama molto più vasto, che offre mille spunti, mille appigli, e sapranno tenere conto di tutte le variabili in gioco: il mercato, la società, le aziende, i consumatori, la concorrenza e così via.

Che poi in Italia tutto questo non funzioni per i motivi di cui sopra, non rende valido l’appellativo di disciplina ridicola. È come darsi la zappa sui piedi da parte di un artista che è tale anche grazie alle meccaniche comunicative: il marketing legato a dischi e concerti, il cinema, la rete – come dimenticarla – i movimenti ambientalisti che supporta e che necessitano di uffici stampa e esperti in comunicazione per diffondere notizie, la possibilità di ascoltare musica e scaricare dal web, comprare, stare seduti a casa ed essere in collegamento con gli Stati Uniti.

Jovanotti, mi dispiace, ma non hai capito niente nemmeno tu. Se fosse in mio potere, ti inviterei volentieri a passare qualche giorno in varie università dove è istituito il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, per renderti conto che non sono merendine, che non ci si girano i pollici, ma si studia il mondo che ci scorre intorno. È così ridicolo, sarcasticamente ameno, inutile?

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