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Mario Monicelli: il male di vivere, il coraggio di morire.

”Si’, la vita e’ una bella avventura, tanto bella ma quella che io sto vivendo adesso pero’ e’ una avventura di merda, un’avventura schifosa che non vorrei vivere”


Sono le parole di Mario Monicelli, parole forti di un artista coraggioso. Fino alla fine. Quando arriva il momento di affrontare il mondo senz’aria che gli si stringe attorno, armato di quel coraggio disperato di chi capisce che così non si può vivere, che c’è qualcosa di immensamente sbagliato nel fisico provato come nella società di ieri e di oggi. La rinuncia, la resa, la passività. La debolezza di lasciar scorrere gli eventi. Un uomo non è tale se non ricerca con tutto se stesso la rivoluzione e il riscatto, ma il riscatto richiede sacrifici.

Lucido, a novantacinque anni si concede la libertà di decidere di non perdere la dignità di fronte alla malattia. Non vuole chinare il capo, sottomettersi al Tristo Mietitore incappucciato che lo attende affilando la sua falce giorno dopo giorno, così si toglie la vita buttandosi dalla finestra dell’ospedale in cui è ricoverato. Ormai ruscello strozzato, foglia riarsa, cavallo stramazzato, in una fredda sera d’inverno precipita sulla terra per potersi levare in cielo come falco e nuvola lontano dalla sofferenza, come un novello Pier della Vigna.

Una scelta coerente con il percorso dell’autore laico per eccellenza, colui che ritiene la speranza “una trappola inventata dai padroni” che non attende la ricompensa dell’aldilà ma preferisce essere fautore del proprio destino.

Nessuna parola d’addio da parte sua, mentre i commenti di amici e colleghi si susseguono numerosi nell’ora del cordoglio:

Aurelio De Laurentiis “Io che lo conoscevo profondamente e sapevo della sua grande dignità e del suo desiderio di essere sempre indipendente e autonomo, posso capire questo gesto”.

Michele Placido “Me la ricordo bene quell’esperienza, era una persona di grande energia e nessuno riusciva a stargli dietro. Cinque giorni fa lo avevo chiamato e mi aveva invitato a fare uno spettacolo per i terremotati de L’Aquila. Era così, anche molto generoso”

Giovanni Veronesi “una cosa va detta: non ho mai sentito nessuno che si suicida a novantacinque anni. Era davvero speciale. Sono davvero scombussolato, l’avevo sentito poco tempo fa e pur sapendo che era all’ospedale, non lo sono mai andato a trovare. Peccato”.

Una stella che ha lasciato la scia nel firmamento dei grandi e nel cuore dell’uomo comune, da lui ereditiamo più di una sessantina di perle cinematografiche e altrettante sceneggiature capaci di cogliere l’essenza dell’italianità attraverso le più importanti fasi storiche. Non sarebbe giusto passare sotto silenzio i successi di una vita spesa nell’arte.

Nato a Viareggio il 16 maggio del 1915, si laurea in Storia e filosofia a Pisa. Esordisce come regista nel 1934 quando insieme al cugino e amico Alberto Mondadori gira il cortometraggio Cuore rivelatore e il mediometraggio muto I Ragazzi della via Paal che vince il primo premio nella sezione “passo ridotto” della Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1937, sotto lo pseudonimo di Michele Badiek, dirige il suo primo lungometraggio Pioggia d’estate. Giacomo Gentilomo lo vuole come aiuto regista nel film La granduchessa si diverte. Dal 1940 al 1943 è nella cavalleria dell’esercito italiano, ma riesce a scampare la carriera militare grazie all’amico Riccardo Freda. Conosce Stefano Vanzina con cui scrive Aquila Nera, per la regia di Freda, e sceneggia Come persi la guerra. Con Vanzina nasce un sodalizio sostenuto dal consenso di produttori e pubblico: insieme a Steno nel 1949 sceneggia Totò cerca casa, nel 1950 Vita da cani e E’arrivato il cavaliere, nel 1951 Totò e i re di Roma. Sempre nel 1951 Guardie e ladri vince il premio come miglior sceneggiatura a Cannes. Nel 1953 gira da solo Totò e Carolina, il film bloccato dalla censura esce solo nel 1955 e in seguito viene proibito. Il 1955 è anche l’anno della collaborazione con Sordi nel film Un eroe dei nostri tempi, con Padri e figli vince l’Orso d’argento nel cast Aldo Fabrizi e una giovanissima Gina Lollobrigida. L’anno dopo, 1956, esce I soliti ignoti che vince il Nastro d’Argento come miglior sceneggiatura. Con Anna Magnani e Totò gira Risate di Gioia e, grazie all’aiuto del produttore Carlo Ponti, Renzo e Lucia un episodio di Boccaccio ’70. Del 1963 è I compagni con Bernard Blier, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Annie Girardot e per la prima volta sugli schermi Raffaella Carrà.

Nel 1966 L’armata Brancaleone prodotto da uno scettico Mario Cecchi Gori si rivela uno straordinario successo. Nel 1968 Monica Vitti è la brillante protagonista di La ragazza con la pistola, l’anno successivo arriva Brancaleone alle crociate.

Gli anni ’70 vedono un successo dopo l’altro: Romanzo popolare con Ugo Tognazzi e l’esordiente Ornella Muti, Amici Miei dal cast stellare (Tognazzi, Noiret, Celi, Moschin), Un borghese piccolo piccolo con Sordi in versione drammatica, due episodi ne I nuovi mostri (First Aid e Autostop), Signori e signore buonanotte e Viaggio con Anita con Giancarlo Giannini e Goldie Hawn.

Camera d’albergo del 1981 non ha fortuna, anche se è preludio di quel genere televisivo oggi detto “reality”, seguono Il marchese del grillo (1981) premio alla regia al Festival di Berlino, Amici miei atto II (1982), Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984), Le due vite di Mattia Pascal (1985), Speriamo che sia femmina del 1986 vincitore di due David di Donatello, al film e alla regia e di un Nastro d’Argento, I picari (1988).

Suoi il film TV La moglie ingenua e il marito malato (1989), 12 registi per 12 città (1989), Il male oscuro (1990) tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Berto, Rossini! Rossini! (1991) anno in cui vince il Leone alla carriera, Parenti serpenti (1992) dell’esordiente sceneggiatore Carmine Amoroso, Cari fottutissimi amici (1994), Facciamo paradiso (1995), Panni Sporchi (1999), Come quando fuori piove (TV, 2000), e opere con un’impronta assolutamente politica e attuale come l’episodio di Un altro mondo è possibile (2001), Lettere dalla Palestina (2002), e nel 2003 Firenze il nostro domani.
Il 15 maggio 2006 festeggia il compleanno sul set di Rose del deserto.

Il suo sguardo cinico, ironico e disincantato rivive in ogni suo film e tutte le volte che gli schermi grandi e piccoli si riempiono di quella magica luce di realismo che è riuscito a creare. Padrone della sua vita, nel bene e nel male, non è caduto mai nella retorica e ha saputo imprimere un segno indelebile nella Storia d’Italia.

Addio Maestro

Grazie della tua onesta testimonianza.

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